fbpx Le emozioni non si dimenticano | Scienza in rete

Le emozioni non si dimenticano

Primary tabs

Read time: 2 mins

L’emozione persiste, anche se non si ha memoria dell’episodio che l’ha generata. È la conclusione di uno studio condotto da Justin S. Feinstein, Melissa C. Duff e Daniel Tranel, dell’Università di Iowa e pubblicato su PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences).

Dopo aver selezionato un gruppo di cinque pazienti affetti da grave amnesia in seguito a danni circoscritti all’ipotalamo, il team di ricercatori li ha invitati a guardare una serie di filmati raffiguranti temi della perdita e della morte. Mediante un dettagliato questionario, sono state raccolte informazioni circa le emozioni provate sia immediatamente prima della visione che subito dopo e, infine, a distanza di 20-30 minuti.

I soggetti hanno riferito di una profonda tristezza, come confermato anche dall’osservazione delle espressioni del viso nel corso della proiezione. Il giorno dopo, seguendo la stessa procedura, al gruppo sono state mostrate, invece, immagini molto divertenti. Anche in questo caso, la mimica facciale ha supportato la felicità espressa dai pazienti. Per comparare i risultati, lo stesso iter è stato seguito con persone senza alcun danno cerebrale.

In base alle osservazioni effettuate, si è giunti alla conclusione che il cervello umano è organizzato in modo tale che l’emozione possa persistere anche senza la memoria esplicita della sua causa. Questo, in contrasto con la nozione popolare che, semplicemente cancellando i ricordi dolorosi, è possibile liberarsi della sofferenza psicologica. I risultati di questo studio presentano interessanti implicazioni circa il modo in cui la società e le strutture mediche si relazionano ai soggetti con disturbi della memoria, come i pazienti affetti da Alzheimer. La visita di un familiare, una telefonata, un sorriso, anche se presto dimenticati dal malato, possono comunque lasciare segni positivi nel paziente e contribuire a rasserenarlo, migliorandone umore e reattività.

Il morbo di Alzehimer e altre forme di demenza, si argomenta nello studio, stanno raggiungendo proporzioni epidemiche e si ritiene quindi indispensabile un approccio integrato alla cura dei soggetti con gravi deficit di memoria.

Vai all'articolo di PNAS studio

Autori: 
Sezioni: 
Indice: 
Neuroscienze

prossimo articolo

Parità a parole, divario nei fatti: il peso della maternità

uomo in alto e donna con figli in basso

A parole la parità è un valore condiviso, ma nei fatti la genitorialità continua a pesare in modo asimmetrico. Analisi su larga scala mostrano che le madri vedono ridursi redditi, produttività e opportunità di carriera, mentre i padri mantengono percorsi lineari. Anche dove esistono politiche di sostegno, il carico familiare resta sbilanciato. Insomma, il cambiamento culturale è ancora incompiuto.

Immagine di copertina elaborata con ChatGPT

Una decina di anni fa, preparando una conferenza sulle difficoltà incontrate dalle donne nelle loro carriere, sia in ambito industriale sia in ambito accademico, avevo trovato molte ricerche fatte in diverse nazioni del mondo che portavano tutte alla stessa ineluttabile conclusione: i figli fanno male alle carriere delle loro mamme. Per contro, le carriere dei papà non sembrano essere compromesse, anzi.