fbpx Il caldo contro la malaria? | Scienza in rete

Il caldo contro la malaria?

Primary tabs

Read time: 2 mins

L’aumento globale della temperatura rallenta la trasmissione dei parassiti agenti della malaria. Questo il risultato del lavoro pubblicato oggi su Biology letters. I ricercatori della Pennsylvania State University, University Park (USA) mostrano che l’aumento della temperatura effettivamente è causa di un più rapido sviluppo dei parassiti, come era stato predetto da studi precedenti, ma minori sono gli individui contagiosi. “Bisogna considerare l’equilibrio tra sviluppo e  sopravvivenza del parassita” afferma KriJn Paaijmans, entomologo e autore dell’articolo.

Il progetto sperimentale è stato condotto incubando mosche infettate con Plasmodium yoelii, che causa la malaria nei roditori, a 20, 22, 24 e 26 gradi Celsius per 5-14 giorni. Al termine della prova i ricercatori hanno esaminato le ghiandole salivari delle mosche, luogo dove transita Plasmodium maturo, e hanno osservato che il parassita si sviluppa più velocemente a temperature più alte, però minori sono gli sporozoiti, forme infettive, indicando che le mosche sono meno contagiate ad alte temperature. Infatti, sebbene il parassita raggiunga il picco di sviluppo a 26°, il rischio di malaria è più alto a 24°, poiché la sopravvivenza di Plasmodium è massima a 22°.

I ricercatori hanno programmato di condurre il medesimo studio sulla malaria umana.  Sarah Reece, ricercatrice dell’Università di Edimbrugo (UK), consiglia inoltre di uscire dal laboratorio in quanto la minore trasmissione osservata potrebbe ridursi ulteriormente in condizioni ambientali non controllate.

KP Paaijmans, S Blanford, BK Chan & MB Thomas. Warmer temperatures reduce the vectorial capacity of malaria mosquitoes. Biology Letters 2011 [in corso di stampa]

Autori: 
Sezioni: 
Clima

prossimo articolo

Genomi su misura con l'IA: la nuova frontiera della biologia sintetica

L’intelligenza artificiale ha imparato a scrivere non solo testi ma... anche genomi. Per la prima volta, modelli addestrati sul linguaggio del DNA hanno infatti progettato da zero batteriofagi funzionanti, capaci di infettare batteri e superarne le resistenze. Un risultato che apre prospettive inedite per la terapia fagica e la biologia sintetica, trasformando l’IA in uno strumento per esplorare lo spazio del biologicamente possibile. Ma la capacità di generare virus pone anche interrogativi urgenti: quanto sono davvero originali queste forme di vita artificiali? E come governare una tecnologia che potrebbe diventare tanto potente quanto pericolosa?

C'è una frontiera della biologia che fino a pochi anni fa sembrava irraggiungibile, eppure oggi, grazie all'intelligenza artificiale, è stata superata: progettare un genoma intero da zero con la stessa facilità con cui si scrive un testo è diventato realtà. Il 6 agosto 2026, un team di ricercatori guidato da Brian L.