fbpx Datata la catastrofe | Page 7 | Scienza in rete

Datata la catastrofe

Read time: 2 mins

Un team di ricercatori cinesi e nordamericani ha definito con estrema precisione la datazione e l'arco temporale in cui avvenne la cosiddetta grande estinzione del Permiano.
L'evento è noto da tempo per la sua apocalittica portata: più o meno 250 milioni di anni fa in un colpo solo venne spazzato via il 95% della vita marina e il 70% di quella continentale. Una devastante mazzata per tutti quegli organismi che faticosamente si erano ritagliato il loro posto nell'unico continente (la Pangea) e nel vasto oceano che si spartivano a quel tempo la superficie del nostro pianeta.

Nel loro studio, pubblicato su Science, Shu-zhong Shen (Istituto di Geologia e Paleontologia di Nanchino) e una ventina di collaboratori cinesi e statunitensi riportano l'accurato lavoro di determinazione della datazione di quell'estinzione. L'esame geocronologico, isotopico e biostratigrafico di sezioni sedimentarie dal Sud della Cina al Tibet ha permesso di datare l'evento a 252,28 milioni di anni fa, con un margine di errore di 80 mila anni.
Secondo il team l'estinzione fece il suo corso in meno di 200 mila anni e interessò contemporaneamente sia la terraferma che l'ambiente marino.

La ricchezza di carbone e fuliggine delle stratificazioni, inoltre, indicherebbe che sulla terraferma vi fu una massiccia e globale diffusione di violentissimi incendi. Per l'origine della catastrofe, dunque, si potrebbe incolpare il massiccio rilascio di anidride carbonica proveniente da quei devastanti incendi in ogni parte del mondo. Sul banco degli imputati le mastodontiche eruzioni vulcaniche che hanno originato le cosiddette Siberian trap.

University of Calgary

Autori: 
Sezioni: 
Estinzioni

prossimo articolo

Cosa si impara smontando un viadotto vecchio cinquant’anni

vista del sito sperimentale del progetto BRIDGE|50 nei pressi del quartiere di Mirafiori a Torino

Il crollo del Ponte Morandi ha portato all'attenzione dei legislatori il problema della durabilità delle strutture in calcestruzzo armato. Una delle principali cause di degrado di questo materiale è la corrosione, che però finora non veniva considerata adeguatamente nella progettazione delle opere e nel pianificare la loro manutenzione. Esistono modelli computazionali che possono prevedere come il degrado dei materiali incide sulla tenuta strutturale dei ponti o dei viadotti ma finora non era stato possibile testarli a scala reale. Il progetto di ricerca BRIDGE|50 colma questa lacuna. Alcune delle travi di un viadotto che doveva essere demolito a Torino per fare posto a un collegamento ferroviario sono state smontate e portate in un sito sperimentale allestito allo scopo. I ricercatori ne hanno prima misurato il livello di degrado e poi le hanno sottoposte a prove di carico fino a rottura. Quello che hanno imparato potrebbe essere applicato ad altre strutture già esistenti e aiutare a pianificarne meglio la manutenzione.

Nell'immagine le operazioni di demolizione del viadotto di Corso Grosseto a Torino. Credit: Mattia Anghileri/BRIDGE|50.

Il 14 agosto 2018 la pila 9 del Viadotto del Polcevera a Genova, anche noto come Ponte Morandi, cedette portando con sé un tratto di 250 metri di ponte e la vita di 43 persone. Le pile sono gli elementi verticali che sostengono l’impalcato di un ponte, la striscia orizzontale dove transitano i veicoli. Le cause del crollo del Ponte Morandi, tuttora oggetto di accertamento, sono state ricercate anche nella corrosione dei cavi metallici degli stralli in calcestruzzo armato collegati alla sommità della pila 9.