fbpx Il primo vero vaccino anticancro | Page 6 | Scienza in rete

Il primo vero vaccino anticancro

Read time: 3 mins

A novembre parte in Italia, presso l’Istituto Oncologico del Veneto, la sperimentazione clinica del primo vaccino al mondo diretto alla prevenzione dei tumori: non per impedire infezioni potenzialmente cancerogene (come quelli rivolti contro il virus dell’epatite B o l’HPV) né per risvegliare le difese immunitarie dell’organismo contro la malattia già in fase avanzata, come fanno alcuni prodotti o procedimenti appena approvati o ancora in fase di studio.

Quello di cui si parla oggi è vaccino a DNA in grado di bloccare la proteina prodotta dall‘oncogene Erbb-2, coinvolto nello sviluppo del 30 per cento dei carcinomi umani e quindi da cui ci si aspetta una protezione a largo spettro contro diverse forme di cancro.

Questo importante risultato è stato ottenuto dopo anni di ricerca condotta tra i laboratori di tre università italiane (quella di Torino con Guido Forni e Federica Cavallo, quella di Camerino con Augusto Amici e quella di Padova con Giorgio Amadori) e la azienda farmaceutica italiana Indena.

Tutto ha inizio nel 1994 quando durante il congresso “Gene vaccination in cancer” ad Ascoli Piceno vengono resi noti i primi dati incoraggianti che mostrano come il DNA esogeno, inoculato nell’organismo, penetra nelle cellule dell’ospite. Tali cellule sono in grado di esprime la proteina o il peptide codificato dal DNA introdotto. Da qui l’idea del vaccino a DNA, anelli di DNA (plasmidi) che codificano gli antigeni tumorali così da stimolare la risposta antitumorale mediata dai linfociti T.

Segue un lungo periodo di sperimentazione in cui i ricercatori coinvolti cercano di raggirare la tolleranza del sistema immunitario all’oncoantigene Erbb-2 (neu nel ratto e Her-2 nell’uomo) così da innescare la risposta immunitaria necessaria per distruggere le cellule tumorali.

Dopo diversi tentativi la risposta arriva con il brevetto del plasmide RhuT codificante per la proteina chimerica Her-2/neu, cioè metà uomo e metà topo: la parte estranea amplifica la risposta immunitaria, quella nota viene riconosciuta e permette una maggiore tolleranza al vaccino.

Altro aspetto innovativo della ricerca prevede l’elettroporazione, cioè l’applicazione di una scossa elettrica tramite due elettrodi in modo da modificare la membrana cellulare, che diventa così più permeabile alle molecole aumentando l’efficienza con cui il DNA penetra nelle cellule dell’ospite.

La fase di sperimentazione nel topo ha evidenziato la potenza del vaccino come preventivo, mentre è meno attivo quando il tumore è già sviluppato.

A questo proposito il gruppo di ricerca guidato da Francesca Cavallo ha studiato un differente vaccino a DNA costituito da due moduli, uno codificante per l’antigene convenzionale, l’altro per una molecola volta a neutralizzare i meccanismi di soppressione del sistema immunitario attivati dal tumore.

Eccezionale il risultato per cui i topi, geneticamente predisposti a sviluppare il cancro, una volta vaccinati non si ammalano e muoiono di vecchiaia.

La ricerca continua nell’uomo e ha già superato le fasi di tossicologia e la produzione del dossier da sottoporre all’Iss per ottenere l’autorizzazione della fase clinica.

Quaglino et al., 2010. Cancer Research, 70:2604

Jacob et al., 2010. Cancer Research, 70:119

Bolli et al., 2011. Am. J. Cancer Res., 1(2): 255-264

Cerati F. “La via italiana del vaccino anti-cancro”. 2011, Il Sole 24 Ore

 

Autori: 
Sezioni: 
Tumori

prossimo articolo

Alimentazione sostenibile: imparare dalla preistoria

Dimostrazione cottura preistorica

Il progetto  Onfoods in prehistory ha voluto comprendere e ricostruire l’eredità di una agricoltura sostenibile nata nella preistoria, migliaia di anni, fa e in grado oggi di rappresentare un modello di riferimento. E lo ha fatto con particolare attenzione alla condivisione di questi valori con un pubblico più ampio possibile, sottolineando quanto si può imparare dalla ricerca archeologica e dalle comunità dell’età del Bronzo in termini di alimentazione sostenibile. Ce ne parla il gruppo di ricerca che ha portato avanti il progetto.

Nell'immagine: attività di archeologia sperimentale dimostrativa con cottura di una zuppa di lenticchie e una di roveja, con ceramiche riprodotte sperimentalmente sulla base dei reperti ceramici del villaggio dell’età del Bronzo di Via Ordiere a Solarolo (RA).

Pluridecennali ricerche sul campo, condotte da Maurizio Cattani, docente di Preistoria e Protostoria dell’Università di Bologna, e dal suo team, hanno permesso di riconoscere nell’Età del Bronzo il momento in cui si è definito un profondo legame tra la conoscenza del territorio e la sostenibilità della gestione delle sue risorse. Questa caratteristica ha infatti consentito alle comunità dell’epoca di prosperare, dando vita a villaggi sempre più stabili e duraturi nel corso del tempo.