fbpx Tutta colpa di Giove | Page 7 | Scienza in rete

Tutta colpa di Giove

Read time: 2 mins

Un gruppo di scienziati internazionali, guidati da Kevin J. Walsh, ricercatore del Southwest Research Institute di San Antonio, Texas, ha recentemente spiegato le ridotte dimensioni di Marte, rispetto alla Terra e a Venere, facendo così luce su un quesito che da anni assilla cosmologi e astronomi: il pianeta Giove, secondo gli studi effettuati, ancora in fase di formazione si sarebbe spostato prima verso l’interno, spingendosi ad appena 1,5 Unità Astronomiche (UA) dal Sole, per poi andare verso l’esterno, spinto dall’attrazione gravitazionale di Saturno. Questo movimento, laddove c’era ricchezza di polveri, rocce e gas, avrebbe sottratto materiale a Marte, impedendogli di crescere quanto gli altri pianeti nei successivi 30 – 50 milioni di anni.

“Il problema era comprendere se tale moto fosse compatibile o meno con l’esistenza della fascia di asteroidi presente in quel frangente fra Marte e Giove”, ha spiegato Walsh. La risposta dei ricercatori è stata affermativa: non solo si tratterebbe di una condizione possibile ma addirittura confermerebbe molte ipotesi relative ai meccanismi di formazione della fascia stessa. “Grand Tack Scenario” è il nome dato dal team di ricercatori alle simulazioni del sistema solare effettuate, immaginando come poteva essere ai primordi e paragonando gli spostamenti di Giove a una grande barca a vela che vira intorno ad una boa.

Lo studio, titolato “A low mass for Mars from Jupiter’s early gas-driven migration”, è stato pubblicato sul numero 475 di Nature (14 luglio 2011).

Kevin J. Walsh, Alessandro Morbidelli, Sean N. Raymond, et al. A low mass for Mars from Jupiter’s early gas-driven migration. Nature 2011;475:206-9.

Autori: 
Sezioni: 
Pianeti

prossimo articolo

Morbillo, un ritorno annunciato: perché l’eradicazione si allontana

virus del morbillo al microscopio elettronico

Dopo anni di progressi, il morbillo torna a circolare in vaste aree del mondo e diversi Paesi hanno perso lo stato di eliminazione certificato dall’OMS. È un segnale d’allarme che va oltre la singola malattia e porta a interrogarsi su programmi vaccinali, politiche sanitarie e cooperazione internazionale. E ci mostra che l’eradicazione non è solo una sfida biologica, ma soprattutto organizzativa, politica e culturale.

In copertina: virus del morbillo al microscopio elettronico. Crediti: CDC/Wikimedia Commons. Licenza: pubblico dominio

Lo scorso 23 gennaio l’Organizzazione mondiale della sanità ha annunciato che sei Paesi della regione europea hanno perso il loro stato “eliminazione del morbillo”: Armenia, Austria, Azerbaijan, Spagna, Regno Unito, e Uzbekistan. Il Canada lo aveva perso già lo scorso anno. La situazione negli USA sarà valutata dall’OMS il prossimo aprile, ma tutti i segnali puntano alla perdita dello status anche per loro.