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Che succede in Francia?

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Nessun rischio di una nube radioattiva in Italia: lo rende noto l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), in qualità di autorità nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, a seguito della notizia di un incidente nell’impianto nucleare di Marcoule, non lontano da Avignone, a 242 chilometri dal confine italiano. A lavoro, in quel momento, cinque operai della società Centraco, uno dei quali ha perso la vita.

Nella tarda mattinata di ieri l’allarme, presto ridimensionato dalle autorità francesi e dall’Istituto nazionale della ricerca e della sicurezza (IRNS). I controlli sinora effettuati, infatti, hanno confermato che l’edificio è rimasto integro e che non c’è stata alcuna fuoriuscita di materiale radioattivo dall’impianto. Nell’installazione si svolgono attività di trattamento e condizionamento di rifiuti radioattivi a bassa attività, attraverso un processo di fusione di materiali metallici o di incenerimento di altre tipologie di rifiuti. Non una centrale nucleare per la produzione di energia elettrica, pertanto.

“È bene sottolineare che si è trattato di un incidente industriale e non nucleare”, ha chiarito il Dipartimento Protezione civile italiano. Nonostante le rassicurazioni pervenute dalla Francia, il nostro paese ha convocato un’unità di crisi composta da Ministero degli Esteri, ISPRA, Protezione Civile e Vigili del Fuoco impegnata nel coordinamento con le autorità nazionali competenti e nel monitoraggio della situazione.

L’incidente di Marcoule, a seguito del quale si sono sollevate molte voci di protesta nei confronti dell’opzione nucleare per la produzione energetica, si è verificato nello stesso momento in cui, nel sud dell’Iran, a Bushehr, le autorità iraniane e russe inauguravano la prima centrale nucleare nella storia della Repubblica Islamica. Già connesso alla rete elettrica lo scorso 4 settembre, l’impianto esprimerà soltanto il 35–40% del suo potenziale, pari a 1.000 megawatt.

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Nucleare

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Quando la scienza deve parlare: l'ecocidio nella Striscia di Gaza

Gaza a febbraio 2025

Parlare di ambiente mentre a Gaza si consuma una catastrofe umanitaria può sembrare inappropriato. Eppure la distruzione ecologica è parte integrante della violenza, perché acqua, suolo e aria contaminati e compromessi prolungano nel tempo i danni alla salute e alla vita delle comunità. Il concetto di ecocidio offre una chiave per comprendere la portata strutturale del disastro e le responsabilità che ne derivano. E anche per questo la comunità scientifica è chiamata a documentare e denunciare ciò che accade.
 

In copertina: Gaza City a febbraio 2025. Crediti: Jaber Jehad Badwan/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 4.0

Può apparire fuori luogo parlare di ecologia di fronte al disastro umanitario nella Striscia di Gaza, una tragedia immane che non è certo il risultato di eventi ‘naturali’. Le operazioni condotte dalle Israel Defense Forces (IDF) sono al centro di accuse di genocidio all’esame della Corte Internazionale di Giustizia, mentre davanti alla Corte Penale Internazionale sono in corso procedimenti nei confronti di esponenti del governo israeliano per presunti crimini internazionali.