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Spirit, il giorno dell'addio

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Nei giorni scorsi, visto il fallimento di ogni tentativo di comunicazione, la NASA ha annunciato che considera definitivamente conclusa la missione del rover marziano Spirit.

L'ultimo messaggio della sonda risaliva al 22 marzo 2010 e la situazione del rover era critica. Insabbiato senza scampo e con due ruote fuori uso, Spirit si stava accingendo ad affrontare il duro inverno marziano con la prospettiva di non riuscire a ricaricare le sue batterie per il pessimo orientamento delle celle solari. Passato l'inverno i tecnici del JPL hanno ripetutamente provato a contattare Spirit, ma senza alcuna risposta. Inevitabile, dunque, la decisione dell'ente spaziale americano di concentrare tutte le risorse sull'altro rover, Opportunity, anch'esso un po' acciaccato ma comunque ancora in grado di proseguire la sua missione.

Progettato per resistere tre mesi, Spirit ha lavorato per oltre sei anni percorrendo quasi otto chilometri sulla superficie di Marte, superando dislivelli anche piuttosto impegnativi e inviando a terra 124 mila immagini della superficie del Pianeta rosso. Non si è fermato neppure quando, nel 2006, gli si è bloccata una ruota anteriore e quando, l'anno successivo, anche la seconda ha dato forfait ha proseguito il cammino procedendo all'indietro e lasciando due profondi solchi sulla superficie marziana. La sorte ha voluto che proprio in quei solchi Spirit facesse una delle scoperte più importanti, individuando depositi di silicati che testimoniavano l'umido passato di quell'arido pianeta.

Molto difficile fare una classifica delle missioni spaziali, ma se un giorno qualcuno provasse a stilarla, il faticoso arrancare di Spirit (e Opportunity) sulle lande desolate di Marte meriterebbe indubbiamente uno dei primi posti. Gran bel lavoro, Spirit!

NASA-JPL

Autori: 
Marte

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Quando la scienza deve parlare: l'ecocidio nella Striscia di Gaza

Gaza a febbraio 2025

Parlare di ambiente mentre a Gaza si consuma una catastrofe umanitaria può sembrare inappropriato. Eppure la distruzione ecologica è parte integrante della violenza, perché acqua, suolo e aria contaminati e compromessi prolungano nel tempo i danni alla salute e alla vita delle comunità. Il concetto di ecocidio offre una chiave per comprendere la portata strutturale del disastro e le responsabilità che ne derivano. E anche per questo la comunità scientifica è chiamata a documentare e denunciare ciò che accade.
 

In copertina: Gaza City a febbraio 2025. Crediti: Jaber Jehad Badwan/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 4.0

Può apparire fuori luogo parlare di ecologia di fronte al disastro umanitario nella Striscia di Gaza, una tragedia immane che non è certo il risultato di eventi ‘naturali’. Le operazioni condotte dalle Israel Defense Forces (IDF) sono al centro di accuse di genocidio all’esame della Corte Internazionale di Giustizia, mentre davanti alla Corte Penale Internazionale sono in corso procedimenti nei confronti di esponenti del governo israeliano per presunti crimini internazionali.