fbpx Le perdute spine del pene | Scienza in rete

Le perdute spine del pene

Primary tabs

Read time: 1 min

Dall'analisi del genoma umano emergerebbero centinaia di cancellature genetiche che avrebbero segnato il percorso della nostra evoluzione, dotandoci tra l'altro di un cervello più grande e decretando la scomparsa delle spine del pene.

Nello studio, pubblicato su Nature, Cory McLean (Stanford University) e collaboratori hanno messo a confronto il genoma umano con quello degli scimpanzé e di altre specie esaminando le differenze. Sono emerse almeno 510 situazioni in cui la trascrizione del DNA nell'uomo ha subito cancellature, mentre nelle altre specie è stata estremamente accurata, conservando dunque caratteristiche delle quali nell'essere umano non v'è più traccia.

Queste cattive trascrizioni non avrebbero compromesso la funzione complessiva del gene, ma avrebbero comunque introdotto mutamenti significativi. Uno di questi, per esempio, avrebbe permesso al tessuto cerebrale di espandersi, aprendo la strada alla possibilità per il cervello umano di incrementare le proprie dimensioni. Un'altra mutazione avrebbe fatto sparire le vibrisse dal volto dei nostri lontani antenati e ci avrebbe anche lasciato in eredità un pene senza spine, privo cioè di quelle piccole formazioni di cheratina che caratterizzano l'organo in molte specie.
Il team sta ora provando a ricreare queste cancellature nei topi per vedere se quelle rimozioni danno effettivamente luogo agli effetti loro attribuiti.

The Scientist

Autori: 
Sezioni: 
Evoluzione

prossimo articolo

Palantir e il governo dei dati: come gli algoritmi ridefiniscono la realtà

L’azienda statunitense, finita al centro della cronaca per il suo ruolo nelle operazioni dell’ICE e nelle azioni militari statunitensi in Medio Oriente, è nota per sviluppare in modo innovativo tecnologie per l’integrazione, l’analisi e la visualizzazione di grandi quantità di dati. Le sue piattaforme, utilizzate da imprese, governi e apparati di sicurezza, influenzano in modo sempre più decisivo il modo in cui conosciamo e agiamo nella realtà.

Nel Timeo, Platone si interroga sull’origine dell’Universo. Secondo un modus philosophandi tipico del filosofo ateniese, per spiegare la realtà viene congegnato un mito, verosimile, che ha al suo centro la figura del demiurgo.

Il demiurgo è una sorta di Dio benevolo che prende la materia informe e disordinata (la sostanza) e, ispirandosi alle idee perfette e incorruttibili (la forma), la modella a loro immagine, dando corpo e struttura a un cosmo ordinato.