fbpx Cercasi antidoto disperatamente | Scienza in rete

Cercasi antidoto disperatamente

Read time: 1 min

Li hanno chiamati eroi e hanno commosso tutto il mondo, ma nessuno sa ancora davvero come stanno e quale sarà il destino dei tecnici giapponesi che si sono succeduti nel tentativo di limitare i danni del terremoto e dello tsunami nella centrale nucleare di Fukushima. Anche se nei loro confronti probabilmente sono state messe in atto precauzioni ignorate nel caso dei  134 pompieri di Chernobyl a cui fu diagnosticata la sindrome acuta da radiazioni, molti di loro potrebbero essere stati esposti  a dosi di radioattività altrettanto elevate. Se così fosse, allo stato attuale delle conoscenze, per i malcapitati ci sarebbe ben poco da fare. Nessuna compressa allo iodio, che serve solo a ridurre il futuro rischio di tumori alla tiroide; nessun agente chelante, capace di limitare l’assorbimento di materiale contaminato. La sindrome acuta provoca nausea, vomito, diarrea e manifestazioni cutanee simili a quelle di una forte scottatura solare; dopo un poco si sta meglio, ma può essere solo una ripresa transitoria. Subentra poi infatti un ulteriore aggravamento che può durare ore o mesi prima di condurre a morte, in una percentuale di casi che dipende dalla dose assorbita.

«A provocare il decesso è di solito la distruzione del midollo osseo che produce le cellule del sangue» spiegano ai Centers for Disease Control di Atlanta, negli Stati Uniti. «Alle persone esposte si danno tanti fluidi per favorire il ricambio, antibiotici per proteggerli dalle infezioni, trasfusioni e fattori che stimolino la produzione di nuove cellule del sangue, ma se i precursori sono danneggiati anche questi farmaci possono fare poco». Quando è possibile si può tentare il trapianto di cellule staminali, così come si fa per le leucemie, ma la soluzione non è sempre praticabile, anche perché non sempre in tempi brevi si trova un donatore compatibile. Una procedura così impegnativa, poi, si potrebbe applicare a singoli casi, non certo per un’esposizione di massa.

Davanti a tanta evidente vulnerabilità, pensando ad attacchi terroristici più che a incidenti alle centrali nucleari, il governo degli Stati Uniti negli ultimi anni ha quindi stanziato più di 500 milioni di dollari per finanziare la ricerca sulla prevenzione e la cura della sindrome acuta da radiazioni. Un investimento che comincia a dare i suoi frutti. Diverse aziende di biotecnologie, secondo un articolo appena pubblicato sul sito di Nature hanno pronte varie possibili modalità di cura: alcune sostanze riescono ad aumentare la sopravvivenza delle cellule colpite, altri trattamenti mirano a sostituirle iniettandone di nuove. Oltre ai ricchi finanziamenti per la ricerca, queste terapie usufruiscono di scorciatoie nelle procedure di approvazione, indispensabili per motivi etici: sugli esseri umani se ne può studiare la sicurezza, che è già stata accertata, ma non certo l’efficacia nei confronti della sindrome acuta da radiazioni, che ovviamente non può essere indotta sperimentalmente sui volontari solo per vedere se la cura funziona.  I tecnici di Fukushima, però, forse accetterebbero di fare da cavie. E magari, senza che si sappia, chissà che le cure sperimentali non abbiano già varcato il Pacifico, e stiano già dando agli eroi giapponesi qualche chance in più.

Autori: 
Sezioni: 
Nucleare

prossimo articolo

Farmaci e ambiente: quanto inquina la medicina moderna?

pastiglie varie

Negli ultimi decenni il consumo globale di farmaci è cresciuto rapidamente, trainato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle malattie croniche e dallo sviluppo di terapie sempre più sofisticate. Ma dietro queste evidenze si nasconde anche un lato meno visibile della medicina del nostro tempo: residui di principi attivi sono ormai rilevabili in fiumi, laghi e acque costiere di tutto il mondo, con effetti reali e potenziali sugli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Paolone, coordinatrice del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF), Raffaella Sorrentino, membro del gruppo di lavoro, ed Emanuela Testai, ex dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).

Sono il pilastro della medicina moderna, molecole in grado di debellare malattie un tempo incurabili. Stiamo parlando dei farmaci, eredi dei rimedi naturali utilizzati fin dall’Antico Egitto e oggi prodotti su larga scala grazie all’industrializzazione, che ha reso possibile trattare un numero crescente di pazienti e sviluppare nuove molecole in laboratorio. Ma dopo aver svolto la loro funzione, queste sostanze non scompaiono: vengono eliminate dall’organismo e possono continuare a circolare nell’ambiente, con effetti che vanno ben oltre quelli terapeutici.