fbpx Un'orbita per due | Page 8 | Scienza in rete

Un'orbita per due

Read time: 2 mins

Sorpresa tra i planetologi: tra il gran numero di potenziali sistemi planetari scoperti dall'osservatorio Kepler ce n'è anche uno in cui due pianeti condividono la stessa orbita.
Sono bastati quattro mesi di osservazione e Kepler ha già sommerso le scrivanie dei planetologi con circa 1200 candidati pianeti da verificare e studiare. Una marea di dati che non solo potrà dare preziose indicazioni sulle attuali teorie di formazione ed evoluzione dei sistemi planetari, ma che già fin d'ora offre gradite sorprese.
Nel corso della prima analisi di questi dati, proposta per la pubblicazione a The Astrophysical Journal, Jack Lissauer (Ames Research Center) e i suoi collaboratori hanno infatti scoperto anche un sistema planetario davvero insolito. Si chiama KOI-730 ed è composto da quattro pianeti. Il fatto insolito è che due di quei pianeti percorrono la stessa orbita, con uno che costantemente precede l'altro di 60 gradi.
Dal punto di vista dinamico non è una novità. Quella particolare posizione è prevista nell'interazione gravitazionale tra tre corpi ed è uno dei cosiddetti punti di Lagrange. La incontriamo anche nel nostro Sistema solare: Giove è preceduto e seguito nella sua orbita da uno sciame di piccoli corpi, gli asteroidi Troiani. La grossa novità è che nel sistema KOI-730 il punto di Lagrange non è occupato da piccoli oggetti, ma da un pianeta.
Viene da chiedersi se si tratti di una situazione stabile. Le simulazioni di Lissauer indicano che per almeno una decina di milioni di anni non dovrebbero esserci problemi. E poi? Poi potrebbe succedere quello che capitò al nostro pianeta quando venne tamponato da un oggetto della stazza più o meno di Marte e da quell'impatto si originò la Luna. Qualcuno suggerisce che quell'oggetto - battezzato Theia - non proveniva dallo spazio profondo, ma percorreva la stessa orbita della Terra. Ora ha le prove che l'idea non è affatto assurda.

New Scientist - Research paper

Autori: 
Sezioni: 
Astronomia

prossimo articolo

Estinzioni lente come l'oblio: il tempo che non vediamo

steppa con mammut semitrasparente in primo piano

Le estinzioni non sono mai state ciò che immaginiamo: non catastrofi improvvise confinate nel passato, né processi lenti e gestibili nel presente. La storia della megafauna del Pleistocene e la crisi della biodiversità contemporanea rivelano una stessa trama, deformata dalla nostra percezione del tempo. Tra eventi compressi e urgenze diluite, perdiamo la capacità di riconoscere la reale velocità del cambiamento e le sue conseguenze ecologiche. Dalla megafauna del Pleistocene alle estinzioni moderne, Alice Mosconi riporta la cronaca di una doppia distorsione temporale, mentre il mondo svanisce davvero.

Siamo soliti raccontare le estinzioni del passato, dai dinosauri a quelle della megafauna del Pleistocene, come eventi rapidi e traumatici. Quando ci riferiamo alle estinzioni in corso oggi, invece, tendiamo a vederle come processi lenti, gestibili e, quindi, ancora reversibili. 

In entrambi i casi, la nostra percezione è distorta e la scala temporale non è quella corretta. Questo errore non è neutro, ma ha delle conseguenze.