Finora gli astronomi sono
sempre stati convinti che le prime stelle che si sono accese
nell'universo fossero enormi e solitarie. Uno studio internazionale
sembra invece dimostrare che le cose potrebbero essere molto
differenti.
Paul Clark (Zentrum für
Astronomie der Universität Heidelberg) e altri ricercatori del
Max-Planck-Institut für Astrophysik di Garching e dell'University of
Texas di Austin hanno voluto indagare se quanto si pensava a
proposito delle prime stelle dell'universo fosse corretto. Attraverso
simulazioni numeriche, i ricercatori hanno ricostruito la nascita
delle prime stelle e le dinamiche dei dischi di gas in cui quegli
astri si andavano formando, scoprendo che non era poi così raro che
il disco si frantumasse in alcuni frammenti, ciascuno dei quali dava
origine a una stella.
Dallo studio, pubblicato
su Science Express, emerge dunque la possibilità che, oltre
alle stelle gigantesche ipotizzate dagli astronomi, si siano formate
anche stelle meno massicce, destinate a vivere molto più a lungo e
perciò ancora in piena attività. Interessante anche la possibilità
della formazione di sistemi stellari con componenti davvero molto
vicine tra loro. In tali sistemi, infatti, quando le stelle giungono
alle fasi finali della loro esistenza possono produrre intensi lampi
di radiazione X o gamma, lampi alla portata di specifiche missioni
spaziali nel prossimo futuro.
La solitudine delle prime stelle
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Più scienziati anziani, meno innovazione nella ricerca

Uno studio su 12,5 milioni di ricercatori e ricercatrici suggerisce che con l’età gli scienziati tendano a diventare meno disruptive, meno inclini cioè a produrre idee capaci di cambiare paradigma. Cresce invece la capacità di integrare e consolidare conoscenze già esistenti. Il fenomeno, definito “Nostalgia Effect”, porta a riflettere su una comunità scientifica sempre più gerontocratica, dove il rischio non è l’irrilevanza dei senior, ma un equilibrio alterato tra innovazione radicale e sedimentazione del sapere.
C’è una certa ironia nel leggere, per me che ho una “età accademica” piuttosto avanzata, un articolo che sostiene, dati alla mano, che gli scienziati anziani tendono a diventare meno disruptive, cioè meno capaci di produrre quelle idee che ribaltano i paradigmi esistenti. Ironia doppia, se nel frattempo ci si accorge di aver appena citato, per l’ennesima volta, un lavoro del 1987 convinti che «resti ancora fondamentale».