fbpx Swift, lo stanagalassie | Page 2 | Scienza in rete

Swift, lo stanagalassie

Read time: 2 mins

Grazie ai dati raccolti in questi anni dall'osservatorio orbitante Swift, un team di astronomi ha avuto una sostanziale conferma dell'esistenza di un gran numero di nuclei galattici attivi finora sfuggiti all'osservazione.
La scoperta potrebbe finalmente dare una risposta plausibile all'esistenza di quell'alone diffuso di radiazione X rilevabile in cielo in ogni direzione. Il sospetto che alla sua origine ci potessero essere i giganteschi buchi neri (cento milioni di masse solari) che alimentano i nuclei galattici attivi era molto forte, ma mancavano le prove.
Davide Burlon (Max-Planck-Institut für Extraterrestrische Physik) e i suoi collaboratori hanno dunque preso in esame tre anni di dati raccolti dallo strumento BAT (Burst Alert Telescope) a bordo di Swift. Dopo aver eliminato le sorgenti troppo vicine al piano della nostra galassia e quelle che mostravano chiaramente un energetico getto di particelle, hanno indagato più a fondo sulle circa 200 galassie attive che restavano in gioco.
La conclusione, pubblicata su Astrophysical Journal, è che le galassie che riusciamo a osservare sono solamente quelle in cui, per il favorevole orientamento, l'emissione riesce a eludere la barriera costituita dalla spessa coltre di polvere che avvolge il buco nero. Questo, però, comporta che ve ne debbano essere anche molte altre precluse alla nostra osservazione, una popolazione valutabile in circa il 20-30 per cento del totale.
Il numero di galassie attive, insomma, sarebbe sottostimato e se la nuova stima fosse valida anche nell'universo più distante e più giovane, il numero di nuclei attivi sarebbe sufficiente per spiegare il fondo di radiazione X.

NASA

Autori: 
Sezioni: 
Astrofisica

prossimo articolo

Insetti nel piatto: oltre la barriera del disgusto

piatto con insetti

Tra norme sui novel food, pregiudizi culturali e reazioni di disgusto, gli insetti commestibili restano in Europa un cibo “impossibile”, nonostante siano una risorsa alimentare per miliardi di persone e una promessa per la sostenibilità. Un nuovo programma di ricerca italiano mostra però che informare non basta: per cambiare davvero ciò che mettiamo nel piatto bisogna agire sulle emozioni, sulle aspettative e sui modelli sociali che guidano le nostre scelte. Ce lo racconta il team che ha guidato il progetto, i risultati del quale saranno presentati in un incontro pubblico il prossimo venerdì a Milano.

La transizione ecologica passa anche dai cambiamenti nelle abitudini alimentari, ma queste restano spesso intrappolate tra pregiudizi culturali e tecnicismi legislativi. In Europa, dal punto di vista normativo il confine è netto: ogni alimento privo di una storia di consumo significativo prima del 15 maggio 1997 è considerato novel food e soggetto a rigorose autorizzazioni.