Brutto colpo per chi vedeva nel metano su Marte il possibile segno di attività biologica: uno studio, infatti, riduce drasticamente la quantità di questo gas nell'atmosfera del Pianeta rosso.
La ricerca, pubblicata su Icarus da Kevin Zahnle (NASA Ames Research Center) e collaboratori, spara a zero sulle precedenti pubblicazioni sostenendo che la distribuzione del gas e la sua variazione non sono per nulla plausibili né dal punto di vista fisico né da quello chimico. Il nodo principale è l'eccessiva rapidità, rilevata anche da precedenti ricerche, con la quale il metano viene distrutto nell'atmosfera marziana. Non solo non si conosce nessun meccanismo chimico in grado di fare ciò, ma – ammettendo pure che ve ne sia uno – l'ossidazione del metano finirebbe col privare l'atmosfera marziana di ossigeno nel giro di qualche migliaio di anni. Sarebbe dunque a questo punto necessario trovare un ulteriore processo – anche questo ignoto – in grado di reintegrare l'ossigeno.
E come la mettiamo con le rilevazioni del team di Michael Mumma (NASA Goddard Space Flight Center) pubblicate su Science nel 2009? Secondo Zahnle le misurazioni di Mumma risentirebbero dell'influenza del metano terrestre. Le frequenze delle linee di assorbimento individuate da Mumma e attribuite al metano di Marte potrebbero in realtà essere dovute all'emissione di una particolare forma di metano terrestre contenente Carbonio 13 anziché Carbonio 12, l'isotopo più comune. Questo farebbe crollare le stime dell'abbondanza del metano da 10-60 ppbv (parti per miliardo in volume) a solamente 3 ppbv. Dal canto suo, ovviamente, Mumma sostiene di aver tenuto conto di ogni possibilità e ribadisce che le misurazioni del suo team sono assolutamente affidabili.
Questione decisamente aperta, dunque, sulla quale si spera possa dare una parola decisiva il Mars Science Laboratory, il rover della NASA la cui partenza per Marte è in programma per novembre 2011.
Ombre sul metano di Marte
Primary tabs
prossimo articolo
Ominini arcaici, alla ricerca dell'antenato comune

Nuovi fossili scoperti in Marocco e datati a circa 773mila anni fa potrebbero avvicinarci all’identità dell’ultimo antenato comune di Homo sapiens, Neanderthal e Denisova, rimasto finora sconosciuto. I resti, rinvenuti nei pressi di Casablanca e analizzati da un team internazionale di ricercatrici e ricercatori, mostrano una combinazione di caratteristiche arcaiche e moderne che apre nuovi scenari sulle origini della nostra specie.
Nell'immagine di copertina: i resti rinvenuti in Marocco. Crediti: Hublin JJ, Lefèvre D, Perini S et al. Early hominins from Morocco basal to the Homo sapiens lineage. Nature (2026). https://doi.org/10.1038/s41586-025-09914-y. Licenza: CC BY 4.0
Alcuni nuovi fossili di ominini scoperti di recente in Marocco aggiungono un nuovo tassello alla ricostruzione delle origini della nostra specie. Un team internazionale ha infatti analizzato resti datati 773mila anni fa provenienti dalla Grotte à Hominidés, nei pressi di Casablanca, scoprendo che presentano un mosaico di caratteristiche primitive e derivate che potrebbero porli alla base della linea evolutiva di sapiens, Neanderthal e Denisova.