Un'efficiente simbiosi tra acacie e formiche non solo proteggerebbe gli alberi dalla voracità degli elefanti, ma contribuirebbe a garantire alla savana africana un corretto equilibrio tra foresta e prateria.
Sembra proprio che la classica immagine dell'elefante terrorizzato da un minuscolo topolino debba essere aggiornata. Secondo lo studio di Todd Palmer (University of Florida) e Jacob Goheen (University of Wyoming) pubblicato sull'ultimo numero di Current Biology, al topolino sarebbe meglio sostituire una formica. I due ricercatori hanno infatti scoperto che i pachidermi sono particolarmente attenti nella scelta degli alberi di acacia cui attingere per i loro banchetti, evitando con cura quelli sulle cui fronde prosperano i minuscoli insetti. Minuscoli, ma terribili se a frotte si arrampicano con fare minaccioso all'interno della proboscide.
Dietro a tutto ciò vi è il profondo legame simbiotico tra una particolare specie di acacia (Acacia drepanolobium) e le colonie di formiche del genere Crematogaster: da un lato gli insetti possono cibarsi del dolce nettare degli alberi, dall'altro costituiscono una efficace difesa contro i devastanti assalti degli elefanti in cerca di cibo.
Lo studio, però, sottolinea anche una conseguenza a più ampio respiro. Il ruolo di protezione delle acacie esercitato dalle formiche, infatti, sarebbe importante anche per il mantenimento del delicato equilibrio che governa la savana, ambiente in cui foresta e prateria si contendono la supremazia con ogni mezzo. Oltre a tener conto della siccità, degli incendi, della chimica del suolo e della necessità di cibo dei grossi erbivori, insomma, bisognerà ora considerare anche la capacità di autodifesa messa in campo dalle acacie.
Elefanti e formiche
Autori:
Sezioni:
Luoghi:
Zoologia
prossimo articolo
Malattie rare e farmaci orfani: è solo un problema di tempo?
Di quando è nata Sofia ricordo soprattutto la gran confusione che si viveva in quei giorni nella mia famiglia. «Fibrosi cistica? Ne sei sicura?» chiedeva mia madre seduta vicino al telefono. All’inizio si parlò di distrofia muscolare, un’altra malattia rara che in quei momenti confusi passava da una cornetta all’altra. Fino a quando non arrivò la diagnosi definitiva e le parole «fibrosi cistica» - che fino a quel momento avevamo sentito forse qualche volta in televisione - giunsero come una certezza. Ci si chiedeva cosa sarebbe successo da quel momento: esisteva una cura?
