fbpx Meglio in pensione a 65 anni | Scienza in rete

Meglio in pensione a 65 anni

Tempo di lettura: 3 mins

"Fate un atto di libertà verso il sistema… una piccola rivoluzione che liberi nuove energie  e dia nuove possibilità ai giovani" (Stefano Blanco - Corriere della Sera 13 luglio). Della stessa idea il ministro Gelmini (Corriere della Sera 17 luglio): "la cosa migliore sarebbe abbassare l'età della pensione per i professori dell'Università a 65 anni". Sì perché se il "presente (delle nostre Università) è un sostanziale declino" – Gianfranco Fabi, Il Sole 24 Ore 17 giugno – la colpa è certamente di tanti,  anche di chi ha governato in tutti questi anni e delle loro riforme. Ma i professori  che adesso hanno più di 65 anni e che sono lì da quando ne avevano 25 hanno certamente la loro parte di responsabilità. Sono loro che hanno contribuito più di chiunque altro al sistema che adesso vorrebbero cambiare.

E la nostra Università oggi - anche se il paragone è un po' irriverente - non è poi così diversa dal nostro calcio. Il futuro di tutti e due, se mai ci sarà, dipenderà soprattutto dal saper attirare giovani di valore. L'idea di Angelo Panebianco (Corriere della Sera 25 luglio) che vadano in pensione a 65 anni solo quei professori che non hanno pubblicato nulla nei cinque anni precedenti è buona, ma richiede una organizzazione e tempi lunghi lo si potrà fare superata l'emergenza di adesso. "Abbiamo un problema di precariato - dice Mariastella Gelmini - non lo possiamo rendere ancora più grave per fare favori a chi ha avuto già tanto". Qualcuno di quei professori però ha anche dato tanto, non è un peccato farlo andare via a 65 anni nel pieno dell'attività? Quelli davvero bravi non avranno problemi. Chi ha saputo  ottenere  fondi per la ricerca  dall'Europa e dagli Stati Uniti potrebbe continuare  a fare ricerca con quei soldi lì, che in parte dovranno andare all'Università per pagare spazi e apparecchiature, e si può star sicuri che le competenze di quei professori lì non sfuggiranno né alle istituzioni né all'industria. Il problema è di chi dopo quarant’anni di lavoro in Università non ha fondi di ricerca esterni né competenze  particolari. Loro sì che dovrebbero far spazio ai giovani "senza se e senza ma" (e se avessero davvero a cuore il futuro dei giovani sarebbero loro a scegliere di farsi da parte).

Si dirà che nei paesi più avanzati – Stati Uniti, Canada e Australia discriminare in base all'età è addirittura fuori legge. Vero, ma da noi i professori con più di 65 anni sono il 20 percento, negli Stati Uniti solo il 3 percento. Chiedergli di andare in pensione a 65 anni vuol dire creare nei prossimi anni tante più posizioni per ricercatori che oggi in Italia non hanno nessuna possibilità di trovare un impiego. Così si metterebbero le basi per tenere in Italia quelli che di solito vanno all'estero  come hanno fatto a suo tempo Carlo Croce, Danilo Perrotti, Piero Anversa, Riccardo Giacconi, Elio Raviola, Pier Paolo Pandolfi, Guido Calabresi e tanti altri. Ma questi erano dei fuoriclasse, tutti, se noi avremo migliaia di posti così, come assicurarsi “giovani docenti di qualità adeguata?” si chiede Michele Salvati (Corriere della Sera del 23 luglio). Giustissimo. E allora? Si potrebbe fare come s'è fatto in Europa con il Research Council. C'è un bando  per progetti di ricerca, chi viene finanziato  riceve fondi per il suo stipendio e per quello dei suoi collaboratori e  tutto quello che serve  per lavorare ed è libero di scegliersi l'Università che gli dà maggiori garanzie. Ma i soldi poi vanno dati direttamente ai ricercatori. Certo, ci si deve accertare che i soldi li spendano bene. Per questo basta vedere cosa pubblicano. Quanto più i risultati di una ricerca sono buoni tanto meglio si pubblicano, i ricercatori bravi hanno tutto l'interesse a pubblicare bene. Così le Università farebbero a gara per assicurarsi i migliori ricercatori - gli servirebbe fra l'altro per far quadrare il bilancio - che dopo uno o più contratti a termine potranno essere assunti senza concorso, come succede nei paesi più avanzati, scegliendo in base alle loro capacità e a quello che hanno dimostrato di saper fare.

Articoli correlati

Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Ricerca pubblica e lavoro precario: il nodo irrisolto del CNR

puzzle incompleto con simboli scientifici

Il precariato nella ricerca pubblica, particolarmente al CNR, mina la competitività scientifica italiana. Ed è un problema che persiste nonostante la mobilitazione di lavoratori e lavoratrici e le misure introdotte dalle leggi di bilancio 2024 e 2025. Il sistema di ricerca italiano, sottofinanziato e strutturalmente fragile, rischia di perdere il suo capitale umano, essenziale per garantire un futuro competitivo in Europa.

Immagine di copertina creata con ChatGPT

Negli ultimi mesi il precariato nella ricerca pubblica è tornato al centro del dibattito politico grazie alla mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Una mobilitazione che mette in luce la fragilità strutturale del sistema della ricerca italiana, cronicamente sottofinanziato e incapace di garantire percorsi di stabilizzazione adeguati a chi da anni ne sostiene il funzionamento quotidiano.