L'analisi dei dati raccolti nel dominio X da due osservatori orbitanti ha fornito agli astronomi le prove che a 400 milioni di anni luce dalla Terra vi è un gigantesco serbatoio di gas intergalattico.
Da tempo gli astronomi stanno cercando depositi di materia ordinaria che potrebbero far tornare i loro conti, riuscendo così finalmente a venire a capo della mancanza di materia che emerge dallo studio delle galassie distanti. Non si tratta dell'elusiva materia oscura, ma di normalissima materia barionica, composta cioè da quegli stessi protoni ed elettroni che compongono le stelle, la Terra e noi stessi. L'ipotesi è che sia distribuita in una sorta di ragnatela gassosa conosciuta come WHIM (Warm-Hot Intergalactic Medium), residuo dei processi che hanno portato alla formazione delle galassie e successivamente arricchita dal materiale espulso dalle galassie.
I dati degli osservatori Chandra e XMM-Newton hanno permesso di scoprire che il cosiddetto Sculptor Wall, una struttura cosmica che si estende per decine di milioni di anni luce e comprende migliaia di galassie, potrebbe nascondere un significativo serbatoio del WHIM. Taotao Fang (University of California) e i suoi collaboratori, infatti, hanno rilevato che la radiazione X proveniente da galassie attive molto più distanti viene in parte assorbita da qualcosa che risiede nello Sculptor Wall. Poiché la distanza di tale struttura è ben nota, è stato possibile effettuare significative valutazioni quantitative: secondo i ricercatori il WHIM avrebbe una densità di solamente 6 protoni per metro cubo. Giusto per fare un paragone, il mezzo interstellare ha una densità di circa un milione di atomi di idrogeno per metro cubo, valore che è comunque sempre milioni di volte inferiore al vuoto più spinto ottenibile nei nostri laboratori.
Tracce di materia mancante
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Le estinzioni non sono mai state ciò che immaginiamo: non catastrofi improvvise confinate nel passato, né processi lenti e gestibili nel presente. La storia della megafauna del Pleistocene e la crisi della biodiversità contemporanea rivelano una stessa trama, deformata dalla nostra percezione del tempo. Tra eventi compressi e urgenze diluite, perdiamo la capacità di riconoscere la reale velocità del cambiamento e le sue conseguenze ecologiche. Dalla megafauna del Pleistocene alle estinzioni moderne, Alice Mosconi riporta la cronaca di una doppia distorsione temporale, mentre il mondo svanisce davvero.
Siamo soliti raccontare le estinzioni del passato, dai dinosauri a quelle della megafauna del Pleistocene, come eventi rapidi e traumatici. Quando ci riferiamo alle estinzioni in corso oggi, invece, tendiamo a vederle come processi lenti, gestibili e, quindi, ancora reversibili.
In entrambi i casi, la nostra percezione è distorta e la scala temporale non è quella corretta. Questo errore non è neutro, ma ha delle conseguenze.