fbpx Un laser per la pioggia | Scienza in rete

Un laser per la pioggia

Read time: 1 min

Per la prima volta è stato utilizzato un raggio laser per generare nuclei di condensazione in nubi di vapore d'acqua. Siamo ancora lontani dal poter manipolare la pioggia a piacimento, ma la tecnica sembra davvero promettente.
Philipp Rohwetter (Institut für Experimentalphysik - Freie Universität Berlin) e i suoi collaboratori hanno provato a mettere in pratica su scala più grande lo stesso principio che nel 1911 portò Charles Wilson a ideare una rivoluzionaria trappola per individuare i raggi cosmici. La “camera” ideata da Wilson era un contenitore a tenuta ermetica riempito con aria satura di vapore acqueo; il passaggio di un raggio cosmico, ionizzando gli atomi lungo il suo percorso, creava nuclei di condensazione che rendevano visibile il tragitto della particella cosmica.
In pratica Rohwetter e collaboratori hanno sostituito i raggi cosmici con impulsi laser molto energetici. Verificato che, sparando un impulso laser infrarosso a elevata potenza (alcuni terawatt) all'interno di una camera a nebbia si assisteva alla formazione delle classiche goccioline di condensazione, hanno provato con successo a ripetere l'esperimento anche su vere nubi atmosferiche. I risultati sono stati pubblicati su Nature Photonics.
Un perfezionamento del metodo potrebbe in futuro diventare un'ottima e più ecologica alternativa alle attuali inseminazioni delle nubi con sali d'argento.

Wired

Autori: 
Sezioni: 
Free tag: 
Tecnologia

prossimo articolo

Malattie rare e farmaci orfani: è solo un problema di tempo?

mano con pillola

Tra fondi alla ricerca e iter agevolati, l’Europa sostiene da più di vent’anni lo sviluppo dei farmaci per le malattie rare. In Italia il percorso verso la rimborsabilità sembra rallentare un sistema già ben avviato

Di quando è nata Sofia ricordo soprattutto la gran confusione che si viveva in quei giorni nella mia famiglia. «Fibrosi cistica? Ne sei sicura?» chiedeva mia madre seduta vicino al telefono. All’inizio si parlò di distrofia muscolare, un’altra malattia rara che in quei momenti confusi passava da una cornetta all’altra. Fino a quando non arrivò la diagnosi definitiva e le parole «fibrosi cistica» - che fino a quel momento avevamo sentito forse qualche volta in televisione - giunsero come una certezza. Ci si chiedeva cosa sarebbe successo da quel momento: esisteva una cura?