Uno studio pubblicato su Journal of the Geological Society suggerisce il collegamento tra l’estinzione di migliaia di specie marine primitive e una catena di violente eruzioni vulcaniche. I gas-serra liberati da vulcani sottomarini avrebbero innalzato la temperatura del pianeta di circa 5 gradi.
Il fattaccio, avvenuto 55 milioni di anni fa, avrebbe dato inizio al Paleocene-Eocene Thermal Maximum (PETM), un periodo di surriscaldamento globale protrattosi per circa 170 mila anni. Secondo Henrik Svensen (Università di Oslo) e i suoi collaboratori l’innalzamento della temperatura sarebbe da imputare a tonnellate di metano – un potente amplificatore dell’effetto serra – liberate in atmosfera da una serie di gigantesche eruzioni vulcaniche sottomarine.
La conferma di questa catena di eruzioni verrebbe dai dati sismici e dai carotaggi effettuati cinque anni fa nel Mare di Norvegia dai quali emergerebbero prove decisive che in passato quei fondali marini siano stati teatro di violentissime ed estese attività vulcaniche. In particolare, l’analisi isotopica dell’uranio e del piombo presenti in piccoli cristalli di zircone individuati nei carotaggi mostrerebbe che la loro formazione si colloca 55 milioni di anni fa, proprio in coincidenza con l’inizio del PETM.
Alcuni geofisici, però, evidenziano che il collegamento temporale non comporta automaticamente un rapporto causa-effetto. Un passaggio cruciale sarà riuscire a quantificare in modo attendibile l’ammontare dei gas-serra liberati.
Gigantesche eruzioni killer
prossimo articolo
Vedere le faglie in 3D grazie al machine learning

Un sistema di algoritmi di machine learning permette di ricostruire la geometria tridimensionale delle faglie sismiche a partire solo dalla posizione degli ipocentri, rivelando la loro struttura gerarchica e segmentata. L’approccio, sviluppato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Napoli Federico II e testato su diverse sequenze sismiche, potrebbe migliorare i modelli di previsione probabilistica operativa dei terremoti. Nell'immagine il palazzo della prefettura a L'Aquila dopo il terremoto del 6 aprile 2009. Credit: TheWiz83/Wikipedia (CC BY-SA 3.0).
Siamo abituati a immaginare le faglie come piani, a separazione di blocchi di roccia che muovendosi l’uno rispetto all’altro generano i terremoti. In realtà, le faglie hanno geometrie molto più complicate. Più che come piani, dovremmo immaginarle come sottili parallelepipedi, strati di roccia con un certo spessore, all’interno dei quali si trovano altre faglie più piccole, e così via in un meccanismo di segmentazione gerarchico.