Recenti studi sull'apparente eccesso di positroni ad alta energia nei raggi cosmici avevano suscitato un vivo interesse tra gli astrofisici. Era stato infatti suggerito che tali particelle potessero essere il risultato di processi di annichilazione della materia oscura. Una ricerca pubblicata su Physical Review Letters, però, sembra fare piazza pulita di tale interpretazione.
E' ancora vivo lo scalpore che l'eccesso di positroni rilevato nel corso dell'esperimento PAMELA (Payload for Antimatter/Matter Exploration and Light-nuclei Astrophysics) aveva suscitato tra gli addetti ai lavori. La possibilità di essere finalmente riusciti a individuare la materia oscura, l'elusiva componente che costituisce circa un quarto dell'intero universo e gioca un ruolo chiave nella sua architettura, rendeva quella scoperta davvero epocale. A buttare molta acqua sul fuoco, però, ci hanno pensato Jonathan Feng, Manoj Kaplinghat e Hai-Bo Yu (Dipartimento di Fisica e Astronomia – UC Irvine).
Dopo una attenta analisi, i tre ricercatori giungono alla conclusione che una rilevazione così elevata come quella che sembra provenire dai dati di PAMELA ben difficilmente possa essere del tutto imputabile alla materia oscura. Gli attuali modelli che descrivono l'annichilazione delle particelle di materia oscura, infatti, non sono in grado di rendere ragione dell'eccesso osservato. Sembra proprio, dunque, che per il momento la materia oscura se ne resti ancora ben nascosta.
Positroni e materia oscura
prossimo articolo
Farmaci e ambiente: quanto inquina la medicina moderna?

Negli ultimi decenni il consumo globale di farmaci è cresciuto rapidamente, trainato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle malattie croniche e dallo sviluppo di terapie sempre più sofisticate. Ma dietro queste evidenze si nasconde anche un lato meno visibile della medicina del nostro tempo: residui di principi attivi sono ormai rilevabili in fiumi, laghi e acque costiere di tutto il mondo, con effetti reali e potenziali sugli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Paolone, coordinatrice del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF), Raffaella Sorrentino, membro del gruppo di lavoro, ed Emanuela Testai, ex dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).
Sono il pilastro della medicina moderna, molecole in grado di debellare malattie un tempo incurabili. Stiamo parlando dei farmaci, eredi dei rimedi naturali utilizzati fin dall’Antico Egitto e oggi prodotti su larga scala grazie all’industrializzazione, che ha reso possibile trattare un numero crescente di pazienti e sviluppare nuove molecole in laboratorio. Ma dopo aver svolto la loro funzione, queste sostanze non scompaiono: vengono eliminate dall’organismo e possono continuare a circolare nell’ambiente, con effetti che vanno ben oltre quelli terapeutici.