fbpx Così ci uccidono | Scienza in rete

Così ci uccidono

Tempo di lettura: 3 mins

Il libro di Emiliano Fittipaldi raccoglie le inchieste più note dell’autore sull’Espresso e molte altre notizie inedite dall’Italia avvelenatache emergono dalle aule dei tribunali, dai controlli di NAS e polizia, da decreti ministeriali, dai bollettini dell’Unione Europea.

Si parla dell’inquinamento che pervade il paese e produce effetti nefasti sulle persone, e si accompagna a malavita, mancati controlli, truffe, elusioni, cambi delle regole. I racconti dei casalesi sugli allevamenti di bufale in Campania e sui veleni sepolti sono solo l’aperitivo del libro, a base di diossina, che effettivamente viene trovata nel latte degli allevamenti a diverse riprese negli ultimi 10 anni.

Così ci uccidono tocca anche temi meno noti, come le informazioni che si ricavano dal bollettino dell’Unione Europea sui controlli di alimenti e mangimi, il mondo dei veleni nei cosmetici e le difficoltà di controllo di un mercato immenso, le deroghe ripetute e a volte continue alla qualità delle acque potabili in tutto lo stivale. Entra in diversi mondi poco esplorati, come quello dei cosmetici, e ci fa familiarizzare con proprietà dei composti chimici quali gli interferenti endocrini, mentre dedica un capitolo all’aumento dei tumori nei bambini, un fenomeno rilevante nel nostro paese, che preoccupa molti ricercatori.

Tra le notizie più recenti la storia drammatica dei rifiuti tossici buttati nell’inceneritore di Colleferro, ma che si ricollega alla storia di un’area già segnata da decenni di scarichi industriali, provata dai recenti monitoraggi del sangue degli abitanti che conservano tracce di composti chimici altamente persistenti. E la pandemia silenziosa delle morti per amianto, che emerge in questi mesi in seguito al processo aperto a Casale Monferrato dai giudici della Procura di Torino, e destinata ad aumentare nei prossimi anni.

La novità è che le notizie sono accompagnate dalla voce degli scienziati: sembra essere uno dei libri di attualità in cui più si parla dei risultati della ricerca in medicina, ambiente e addirittura di epidemiologia ambientale, quella che cerca di capire se e come l’ambiente ha effetti sulla salute, osservando la distribuzione delle malattie e della mortalità. Tra i risultati ci sono quelli di diverse ricerche portate avanti anche dall’Istituto di Fisiologia Clinica (IFC) del CNR in aree a rischio italiane, tra cui le interviste in profondità fatte in Campania da un gruppo di sociologi per capire come le persone convivono con l’inquinamento, cosa fanno per proteggersi, come pensano di uscirne, proprio nelle zone più inquinate dai rifiuti gestiti illegalmente.

E si parte già dal retro della copertina a ‘dare i numeri’: 35mila morti e mezzo milione di malati, 6.740 kmq inquinati, 15 milioni di persone che vivono in aree ad alto rischio.

I dati riportati dalle ricerche sono tanti, i numeri degli inquinati, dei malati, dei morti vengono letti accorciando molto la catena logica interpretativa del ricercatore: lo stile serrato dei pezzi tiene alta la suspense e arriva diretto alle conclusioni, trasformando le ipotesi in certezze. Operazione “illecita” dal punto di vista scientifico, ma che rispecchia bene il ‘funzionamento’ del ragionamento di ciascuno di noi calato nei suoi panni di cittadini/consumatori consapevoli o ignari/elettori preoccupati o astenuti: quella che si chiama la percezione del rischio. Additata come peccato originale o fonte di tutti gli errori, sempre evocata come distorta rispetto alla ‘realtà’, altro non è se non la formulazione di certezze provvisorie, che consentono di prendere decisioni e di agire nella vita di tutti i giorni, dove l’incertezza è sovrana, e gli adattamenti continui. Proprio come succede negli ecosistemi e nell’evoluzione della conoscenza: tentativi ed errori sono la norma, e si inganna chi accusa gli ‘ignoranti’ cittadini o i politici di pretendere certezze, quello di cui c’è bisogno sono strumenti operativi, utili per non rimanere paralizzati.

In realtà gran parte dei dati riportati da Così ci uccidono sono ricavati da ricerche dotate dei migliori pedigree internazionali, ma sciorinati ad effetto, con uno stile urticante che fa commentare a Corrado Augias nell’intervista a Diario Italiano ".. ma Fittipaldi! Mi sembra proprio che lei esageri!" cui l’autore risponde serafico "… purtroppo no!".


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Niente panico! Siamo a scuola

megafono su sfondo scuro con la scritta do not panic

Il tema della salute mentale dei giovani è al centro del dibattito pubblico, ma insieme all’attenzione cresce anche il timore di approcci inutilmente medicalizzanti. La promozione della salute, volta piuttosto a rafforzare le risorse individuali e intervenire anche sui contesti che creano disagio, potrebbe essere di maggiore aiuto. L’esperienza di Panikit, un kit di pacificazione con gli attacchi di panico appare un modello promettente.
 

Negli ultimi anni, la salute mentale dei giovani è al centro del dibattito pubblico e oggetto di numerose iniziative. Tuttavia, nonostante gli sforzi e le buone intenzioni, i risultati non sempre appaiono incoraggianti: molti studenti vivono a scuola condizioni di ansia e attacchi di panico, talvolta inabilitanti. Quando il confine tra ciò che consideriamo sofferenza, disturbo, malattia si allarga, può crescere la tendenza a medicalizzare problemi che hanno anche radici sociali, relazionali e contestuali.