fbpx Il cervello del Paese | Scienza in rete

Il cervello del Paese

Tempo di lettura: 3 mins
«Un Paese evoluto è quello in cui la popolazione nel suo complesso è convinta che la produzione di cultura in tutte le sue forme è l’investimento più importante che si possa fare». Così scrive Carlo Bernardini nel suo pamphlet Il cervello del Paese, mutuando il titolo da una rivisitazione del noto apologo di Menenio Agrippa: il cervello del “corpo” sociale di un Paese evoluto è l’Università.

E ripercorrendo nel libello la storia degli ultimi venti anni di questa fondamentale istituzione, si ha l’impressione che l’Italia abbia preso una direzione che rischia di emarginarla dal novero dei Paesi sviluppati. Una classe politica inadeguata, specchio fedele di una popolazione a dir poco distratta, ha poco tempestivamente messo mano alla riforma dell’Università pubblica in modo confuso e permanente. Ogni Governo che si è avvicendato alla guida del Paese ha introdotto riforme, riforme delle riforme, senza mai permettere al sistema di andare a regime, e quindi valutare seriamente il lavoro fatto e i correttivi, più o meno importanti, da apportare.

Parallelamente a queste maldestre operazioni politiche, la comunità accademica non ha saputo esprimere dei propri tribuni della plebe che leggessero i cambiamenti in atto e li governassero. Esistono, come sottolinea l’autore, problemi caratteriali e antropologici, aggravati da ciò che la comunità accademica non fa più che da ciò che fa. Per dirne una, l’autonomia universitaria, fortemente voluta da Antonio Ruberti, si è dimostrata a oggi un’occasione non colta.

D’altra parte, Bernardini lo sottolinea a più riprese, nell’opinione pubblica ha sempre più attecchito il sospetto verso l’attività accademica vista erroneamente come troppo libera, in termini di impegno e orario di lavoro, troppo ben remunerata, scarsamente produttiva. Questa diffuso “qualunquismo popolare” si è alimentato di disinformazione e di un’errata idea che la produzione di beni immateriali sia irrilevante per il futuro del Paese. Da almeno quindici anni, sembra che il mercato sia diventato l’unico demiurgo, plasmatore delle regole in tutti i campi. Formazione e ricerca possono davvero essere viste solo alla stregua di merci? I docenti devono essere valutati solo sulla base del numero di “prodotti-studenti” confezionati nei tempi giusti? Le ricerche devono obbligatoriamente prevedere, qualunque sia il loro ambito, dei prodotti (articoli, libri, strumenti, ecc.) annuali o al più biennali? Ragionando in questi termini si rischia un abbassamento preoccupante del livello della formazione e della ricerca le cui conseguenze, sul lungo periodo, rischiano di mettere in ginocchio il Paese.
In un Paese dove, in controtendenza con tutti gli altri Paesi sviluppati, si decide in periodo di crisi di tagliare fondi e credibilità all’alta formazione e alla ricerca, è importante che il mondo accademico dimostri tutto il suo spessore e la sua capacità di “far crescere una cittadinanza abbastanza colta e competente perché il bene pubblico prevalga”. Un’aspettativa che non può oggi essere riposta nella classe politica italiana.


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

La ricerca e l'innovazione dell'IA in mano a oligopoli privati: l’allarme e le soluzioni

Giorgio Parisi al convegno di Roma

L'intelligenza artificiale va regolamentata prima che si affermino forme di oligopolio, o persino di monopolio, capaci controllare l'accesso alle informazioni e la produzione di nuove conoscenze: per questo serve un grande centro di ricerca pubblico che oggi può essere realizzato solo in Europa. Lo afferma il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi in occasione del convegno ⁠ "Ricerca e democrazia nell'epoca delle Big Tech" ⁠ organizzato dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica il 14 maggio presso la sede del CNR a Roma, in collaborazione con Scienza in rete. Il dossier presentato dall'associazione sostiene con dati i rischi posti da un predominio economico schiacciante esercitato da poche aziende che valgono quanto il PIL degli USA, e che stanno condizionando profondamente anche l'ecosistema della ricerca scientifica, sempre meno aperto e controllato dalla comunità di riferimento.

Nell'immagine Giorgio Parisi, foto di Luca Carra.

Sei aziende (NVIDIA, Alphabet, Apple, Microsoft, Amazon e Meta) valgono oggi circa 22.000 miliardi di dollari, tre quarti del PIL degli Stati Uniti. Nel solo 2026 spenderanno in infrastrutture digitali tra 660 e 725 miliardi di dollari, circa tre volte e mezzo il bilancio federale americano per tutta la ricerca civile.