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Il cervello del Paese

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«Un Paese evoluto è quello in cui la popolazione nel suo complesso è convinta che la produzione di cultura in tutte le sue forme è l’investimento più importante che si possa fare». Così scrive Carlo Bernardini nel suo pamphlet Il cervello del Paese, mutuando il titolo da una rivisitazione del noto apologo di Menenio Agrippa: il cervello del “corpo” sociale di un Paese evoluto è l’Università.

E ripercorrendo nel libello la storia degli ultimi venti anni di questa fondamentale istituzione, si ha l’impressione che l’Italia abbia preso una direzione che rischia di emarginarla dal novero dei Paesi sviluppati. Una classe politica inadeguata, specchio fedele di una popolazione a dir poco distratta, ha poco tempestivamente messo mano alla riforma dell’Università pubblica in modo confuso e permanente. Ogni Governo che si è avvicendato alla guida del Paese ha introdotto riforme, riforme delle riforme, senza mai permettere al sistema di andare a regime, e quindi valutare seriamente il lavoro fatto e i correttivi, più o meno importanti, da apportare.

Parallelamente a queste maldestre operazioni politiche, la comunità accademica non ha saputo esprimere dei propri tribuni della plebe che leggessero i cambiamenti in atto e li governassero. Esistono, come sottolinea l’autore, problemi caratteriali e antropologici, aggravati da ciò che la comunità accademica non fa più che da ciò che fa. Per dirne una, l’autonomia universitaria, fortemente voluta da Antonio Ruberti, si è dimostrata a oggi un’occasione non colta.

D’altra parte, Bernardini lo sottolinea a più riprese, nell’opinione pubblica ha sempre più attecchito il sospetto verso l’attività accademica vista erroneamente come troppo libera, in termini di impegno e orario di lavoro, troppo ben remunerata, scarsamente produttiva. Questa diffuso “qualunquismo popolare” si è alimentato di disinformazione e di un’errata idea che la produzione di beni immateriali sia irrilevante per il futuro del Paese. Da almeno quindici anni, sembra che il mercato sia diventato l’unico demiurgo, plasmatore delle regole in tutti i campi. Formazione e ricerca possono davvero essere viste solo alla stregua di merci? I docenti devono essere valutati solo sulla base del numero di “prodotti-studenti” confezionati nei tempi giusti? Le ricerche devono obbligatoriamente prevedere, qualunque sia il loro ambito, dei prodotti (articoli, libri, strumenti, ecc.) annuali o al più biennali? Ragionando in questi termini si rischia un abbassamento preoccupante del livello della formazione e della ricerca le cui conseguenze, sul lungo periodo, rischiano di mettere in ginocchio il Paese.
In un Paese dove, in controtendenza con tutti gli altri Paesi sviluppati, si decide in periodo di crisi di tagliare fondi e credibilità all’alta formazione e alla ricerca, è importante che il mondo accademico dimostri tutto il suo spessore e la sua capacità di “far crescere una cittadinanza abbastanza colta e competente perché il bene pubblico prevalga”. Un’aspettativa che non può oggi essere riposta nella classe politica italiana.


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