Non è certo simpatico scoprire che un inventario che abbiamo con fatica compilato è spaventosamente incompleto. Per certi versi è ciò che sta capitando agli astronomi. Un recentissimo studio, infatti, suggerisce che una grandissima parte delle galassie che popolano le profondità del cosmo sfugge alla nostra rilevazione.
A dire il vero è da un bel po' che gli astronomi sanno che nelle loro survey più profonde moltissime sorgenti non vengono rilevate, ma finora non esisteva una valutazione quantitativa. Ci ha pensato un team internazionale grazie al VLT (Very Large Telescope) e a due differenti apparecchi di ripresa dotati di opportuni filtri per operare a diverse lunghezze d'onda. La ricerca, coordinata da Matthew Hayes (Osservatorio di Ginevra), è apparsa su Nature nei giorni scorsi.
Gli astronomi hanno effettuato riprese molto profonde della stessa porzione di cielo impiegando sia lo strumento FORS per osservare la luce proveniente dall'emissione Lyman-alfa, sia il nuovo strumento HAWK-I per osservare l'emissione H-alfa. Confrontando le osservazioni, Hayes e collaboratori hanno potuto rilevare che il prevedibile assorbimento delle emissioni luminose degli atomi di idrogeno da parte del mezzo interstellare è molto più significativo per l'emissione Lyman-alfa che per quella H-alfa.
A causa dell'espansione dell'universo, però, noi rileviamo la Lyman-alfa a una lunghezza d'onda prossima allo spettro visibile e questo comporta che a essere largamente penalizzate siano proprio le nostre osservazioni nel visibile. Secondo Hayes, dunque, gran parte delle galassie – qualcosa come il 90% del totale – risultano praticamente invisibili nelle survey tradizionali. Una lacuna che sarà necessario colmare al più presto.
ESO - Nature - Research paper
Galassie mancanti all'appello
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A Santa Marta per dire addio alle fonti fossili ai tempi della crisi energetica

Nella bella cornice della città colombiana di Santa Marta si discute di come abbandonare carbone, petrolio e gas, strategia complessa soprattutto ora che è bastato chiudere Hormuz per prenderci alla gola. Non si tratta di una COP, e nemmeno di una semiCOP, ma di un processo previsto a Belem, che vede riuniti chi ci crede e pensa a come fare. Magari partendo dall'affrontare la questione del debito dei paesi che sono ricchi solo di queste fonti e non hanno altre risorse per ripagarlo.
A Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile si tiene la prima conferenza internazionale dedicata all’abbandono delle fonti fossili. Il contesto è noto: la guerra in Iran ha provocato il terzo shock energetico in meno di un decennio, dopo la pandemia e l’invasione russa dell’Ucraina. È l’ennesima crisi a mostrare la fragilità dei sistemi fondati su petrolio, gas e carbone: costosi, volatili, esposti ai conflitti, ostaggi della geopolitica, e dunque la necessità della transizione.