Non è certo simpatico scoprire che un inventario che abbiamo con fatica compilato è spaventosamente incompleto. Per certi versi è ciò che sta capitando agli astronomi. Un recentissimo studio, infatti, suggerisce che una grandissima parte delle galassie che popolano le profondità del cosmo sfugge alla nostra rilevazione.
A dire il vero è da un bel po' che gli astronomi sanno che nelle loro survey più profonde moltissime sorgenti non vengono rilevate, ma finora non esisteva una valutazione quantitativa. Ci ha pensato un team internazionale grazie al VLT (Very Large Telescope) e a due differenti apparecchi di ripresa dotati di opportuni filtri per operare a diverse lunghezze d'onda. La ricerca, coordinata da Matthew Hayes (Osservatorio di Ginevra), è apparsa su Nature nei giorni scorsi.
Gli astronomi hanno effettuato riprese molto profonde della stessa porzione di cielo impiegando sia lo strumento FORS per osservare la luce proveniente dall'emissione Lyman-alfa, sia il nuovo strumento HAWK-I per osservare l'emissione H-alfa. Confrontando le osservazioni, Hayes e collaboratori hanno potuto rilevare che il prevedibile assorbimento delle emissioni luminose degli atomi di idrogeno da parte del mezzo interstellare è molto più significativo per l'emissione Lyman-alfa che per quella H-alfa.
A causa dell'espansione dell'universo, però, noi rileviamo la Lyman-alfa a una lunghezza d'onda prossima allo spettro visibile e questo comporta che a essere largamente penalizzate siano proprio le nostre osservazioni nel visibile. Secondo Hayes, dunque, gran parte delle galassie – qualcosa come il 90% del totale – risultano praticamente invisibili nelle survey tradizionali. Una lacuna che sarà necessario colmare al più presto.
ESO - Nature - Research paper
Galassie mancanti all'appello
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Più scienziati anziani, meno innovazione nella ricerca

Uno studio su 12,5 milioni di ricercatori e ricercatrici suggerisce che con l’età gli scienziati tendano a diventare meno disruptive, meno inclini cioè a produrre idee capaci di cambiare paradigma. Cresce invece la capacità di integrare e consolidare conoscenze già esistenti. Il fenomeno, definito “Nostalgia Effect”, porta a riflettere su una comunità scientifica sempre più gerontocratica, dove il rischio non è l’irrilevanza dei senior, ma un equilibrio alterato tra innovazione radicale e sedimentazione del sapere.
C’è una certa ironia nel leggere, per me che ho una “età accademica” piuttosto avanzata, un articolo che sostiene, dati alla mano, che gli scienziati anziani tendono a diventare meno disruptive, cioè meno capaci di produrre quelle idee che ribaltano i paradigmi esistenti. Ironia doppia, se nel frattempo ci si accorge di aver appena citato, per l’ennesima volta, un lavoro del 1987 convinti che «resti ancora fondamentale».