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Humans of Research, dove si incontrano le storie della ricerca

una delle foto della mostra Human of Research

A Palazzo della Penna, la mostra "Humans of Research" trasforma la comunicazione scientifica in esperienza: dodici storie e volti restituiscono la ricerca come processo umano, fatto di relazioni, tempo e domande. Una mostra che rallenta lo sguardo e invita all’incontro, oltre la semplificazione dei risultati. La racconta il suo curatore, Francesco Aiello.

Nell'immagine di copertina: Foto di Marco Giugliarelli per il Progetto Humans of Research

Tempo di lettura: 5 mins

C’è un momento, entrando nelle sale di Palazzo della Penna a Perugia, in cui lo sguardo rallenta. Non è solo una mostra fotografica. È un invito a fermarsi, a restare, a incontrare.
Fino al 19 aprile 2026, Humans of Research torna con una nuova edizione che porta dentro lo spazio museale un progetto nato altrove: nelle strade, nelle piazze, nei luoghi attraversati ogni giorno. Se la prima tappa aveva scelto il ritmo imprevisto della città, questa volta il tempo cambia. Si fa più lento, più adatto a un’esperienza che non si esaurisce in un’informazione, ma richiede attenzione.

Ed è proprio da qui che vale la pena partire: come si racconta oggi la ricerca?

La sociologia della scienza lo ha mostrato con chiarezza: la conoscenza non nasce mai in isolamento. Prende forma dentro relazioni, strumenti, contesti. Bruno Latour parlava di reti, Ludwik Fleck di comunità di pensiero. Due modi diversi per dire la stessa cosa: ciò che chiamiamo fatto scientifico è sempre il risultato di un processo condiviso, situato.

Eppure, quando la ricerca viene raccontata nello spazio pubblico, tutto questo tende a scomparire. Restano i risultati, spesso isolati dal percorso che li ha resi possibili. Il processo si contrae, si semplifica, fino a diventare una linea retta.

Humans of Research nasce dentro questa tensione. È un progetto ideato, prodotto e sviluppato da Psiquadro, impresa sociale che da oltre vent’anni lavora sulla comunicazione della scienza come pratica culturale, e si inserisce in un percorso più ampio di sperimentazione sui linguaggi e sulle forme del racconto scientifico. L’idea è quella di spostare il fuoco: non partire dai risultati, ma dalle persone. Non spiegare la ricerca, ma creare le condizioni perché possa essere incontrata.

Le fotografie di Marco Giugliarelli e le storie che ho raccolto e scritto nel progetto lavorano esattamente in questa direzione. Non illustrano, non didascalizzano. Mettono in relazione. Ogni ritratto è un punto di accesso, ogni storia un modo per entrare in un percorso che non è mai lineare.

In questo senso, la fotografia e la scrittura operano qui in una direzione quasi controcorrente rispetto ai modelli dominanti della comunicazione contemporanea. Se i social media privilegiano velocità, sintesi e consumo immediato, questo progetto sceglie invece la durata, la densità, la possibilità di sostare. Non si tratta di opporsi a quei linguaggi, ma di aprire uno spazio diverso: un tempo lungo, in cui l’incontro con la ricerca non avviene per frammenti, ma per immersione.

Una mostra, allora, non traduce la scienza: la mette in scena. Introduce una dimensione spesso assente nella comunicazione scientifica contemporanea: il tempo. Il tempo della sosta, dell’attenzione, dell’incontro. In questo senso, si avvicina a ciò che Walter Benjamin chiamava esperienza: qualcosa che non si consuma nell’immediatezza, ma si costruisce nel rapporto tra chi guarda e ciò che viene guardato.

Come ricordava Pietro Greco, la comunicazione della scienza non è un passaggio successivo, ma parte integrante del suo stesso farsi. Se è così, allora anche i linguaggi attraverso cui la raccontiamo diventano parte del processo.

In mostra, tutto questo prende forma concreta. Le dodici storie raccolte attraversano ambiti di ricerca molto diversi, componendo un paesaggio che tiene insieme saperi e pratiche: dalla genetica agraria di Emidio Albertini, all’Università degli Studi di Perugia, alla vulcanologia di Boris Behncke dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania; dalle riflessioni sul rapporto tra immagine e giornalismo di Dario Boemia tra Università IULM e Boston College Italy agli ecosistemi marini studiati da Martina Capriotti dell’Università di Camerino.

Il percorso si muove tra la storia medievale di Gemma Teresa Colesanti dell’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del CNR e le questioni etiche affrontate da Giovanni Grandi dell’Università degli Studi di Trieste, tra la medicina rigenerativa di Francesco Grassi dell’Istituto Ortopedico Rizzoli e gli studi sulle foreste e i cambiamenti climatici di Giacomo Grassi del Joint Research Centre della Commissione Europea.

Accanto a questi, la nanotecnologia di Jummi Laishram presso Area Science Park di Trieste, l’ingegneria chimica e l’esperienza sportiva di Rossana Pasquino dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, la medicina di precisione di Giorgio Patelli tra IFOM e Università degli Studi di Milano e le relazioni internazionali di Cecilia Emma Sottilotta dell’Università per Stranieri di Perugia.

Non è una rassegna di discipline, ma una trama. Un insieme di percorsi che, pur nella loro distanza, condividono una stessa tensione: interrogare il mondo e provare a costruire strumenti per comprenderlo.

Nel costruire questa mostra, a cui ho lavorato insieme a Marco Giugliarelli, Leonardo Alfonsi e al gruppo di Psiquadro, il lavoro curatoriale si è mosso su un crinale preciso: evitare la semplificazione senza rinunciare all’accessibilità, tenere insieme le differenze e costruire un percorso capace di accompagnare lo sguardo senza imporre una lettura.

Se nella prima edizione le immagini entravano nello spazio urbano, interrompendo il flusso visivo della città, qui il contesto cambia ancora il modo di comunicare. Il museo diventa uno spazio di ascolto. Non più incontro casuale, ma possibilità di approfondimento.

È anche questo un aspetto centrale: la comunicazione della ricerca non è neutra rispetto ai luoghi. Cambia con i contesti, con i tempi, con le modalità di fruizione.

Come sottolinea Leonardo Alfonsi, direttore scientifico di Psiquadro, comunicare la ricerca significa prima di tutto costruire le condizioni dell’ascolto, creare spazi in cui le storie possano emergere senza essere forzate dentro una narrazione precostituita.

Humans of Research si inserisce così in una pratica di public engagement che non cerca scorciatoie. Non costruisce eroi, non semplifica eccessivamente, non separa la ricerca dalla vita. Prova invece a restituirla come un processo fatto di relazioni, domande, tentativi. E forse è proprio qui che si gioca la sfida della comunicazione della scienza oggi.
Non trovare il modo più efficace per spiegarla, ma costruire le condizioni perché possa essere incontrata.

 


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