fbpx Staminali immunodepressive | Scienza in rete

Staminali immunodepressive

Read time: 2 mins

I ricercatori dell’Anderson Cancer Center dell’Università del Texas hanno dimostrato che le cellule staminali che innescano la formazione del glioblastoma, il più letale dei tumori cerebrali, riescono anche a ingannare e tenere a bada il sistema immunitario che dovrebbe eliminare le cellule anomale. In particolare, bloccano l’azione dei linfociti T, deputati a riconoscere e distruggere le cellule anormali. Nel lavoro pubblicato su Clinical Cancer Research mostrano che per raggiungere il loro scopo le staminali del tumore agiscono in tre modi: producono sostanze che inibiscono l’azione dei linfociti T, li stimolano a differenziarsi verso cellule regolatorie che frenano le risposte immunitarie e infine le eliminano del tutto, istigandole al suicidio programmato, l’apoptosi.

«La nostra scoperta spiega l’osservazione, fatta da tempo, che i malati di cancro in generale e quelli con tumori al cervello in particolare hanno difese immunitarie ridotte» dice Jun Wei, neurochirurgo del primo centro oncologico degli Stati Uniti, «e ci offre nuovi indizi per intervenire a questo livello».

Prima di tutto i ricercatori hanno osservato che è possibile spingere queste cellule staminali a differenziarsi verso cellule nervose normali. Inoltre, in un altro studio,  pubblicato su Molecular Cancer Therapeutics, hanno dimostrato che in questi cloni è particolarmente attiva la via dei trasduttori di segnale e degli attivatori di trascrizione denominata  STAT3. Waldemar Priebe, dello stesso centro oncologico, ha già  messo a punto una sostanza capace di bloccarla, che si è rivelata efficace, almeno nei topi su cui è stata sperimentata.

Clinical Cancer Research 2010; 16: 461
Mol Cancer Ther 2010; 9 : 67

Autori: 
Sezioni: 
Indice: 
Glioblastomi

prossimo articolo

Parità a parole, divario nei fatti: il peso della maternità

uomo in alto e donna con figli in basso

A parole la parità è un valore condiviso, ma nei fatti la genitorialità continua a pesare in modo asimmetrico. Analisi su larga scala mostrano che le madri vedono ridursi redditi, produttività e opportunità di carriera, mentre i padri mantengono percorsi lineari. Anche dove esistono politiche di sostegno, il carico familiare resta sbilanciato. Insomma, il cambiamento culturale è ancora incompiuto.

Immagine di copertina elaborata con ChatGPT

Una decina di anni fa, preparando una conferenza sulle difficoltà incontrate dalle donne nelle loro carriere, sia in ambito industriale sia in ambito accademico, avevo trovato molte ricerche fatte in diverse nazioni del mondo che portavano tutte alla stessa ineluttabile conclusione: i figli fanno male alle carriere delle loro mamme. Per contro, le carriere dei papà non sembrano essere compromesse, anzi.