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Un mondo di diritti e opportunità ancora da venire per le donne

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Nel mondo che tutti vorremmo, uomini e donne dovrebbero avere gli stessi diritti e le stesse opportunità. Purtroppo non è così. Il recente rapporto del World Economic Forum, che fotografa la situazione in 145 nazioni, ci dice che la parità è ancora lontana.

I parametri utilizzati per quantificare la vicinanza (o la lontananza) dalla parità di genere  sono organizzati su 4 campi che comprendono:

1. partecipazione al mondo del lavoro (tenendo conto del livello salariale e presenza nelle posizioni apicali),

2. accesso ai vari gradi di istruzione,

3. accesso ai servizi sanitari e qualità della vita,

4. presenza nel mondo della politica e nei ranghi dei governi.

Combinando i parametri in modo opportuno, ad ogni campo viene dato un voto complessivo, che va da 0 (nessuna parità) a 1 (parità perfetta). Congiungendo i quattro voti in un grafico cartesiano, si viene così a formare un rombo che evidenzia visivamente quanto manca al raggiungimento della parità.
Il grafico può anche essere usato per visualizzare quanto una nazione (indicata dall’area colorata in azzurro) si discosti dalla media delle 145 nazioni che è evidenziata con una spessa riga nera. Se l’area azzurra supera la riga nera, la nazione è migliore della media, se invece l’aerea azzurra è tutta contenuta nella superficie delimitata dalla riga nera, la nazione è sotto la media.

Per arrivare alla classifica del livello di parità raggiunto nelle varie nazioni, i quattro voti vengono mediati per ottenere il voto totale della nazione ed assegnarle il posto nella classifica.
Le nazioni più vicine alla parità sono Islanda, Svezia, Finlandia e Norvegia  con un voto finale superiore a 0,8 mentre quelle più lontane hanno voto  minore di 0,6  con lo Yemen addirittura a 0,48.

LA parità è ancora lontana

Andando a curiosare tra le schede delle varie nazioni (basta cliccare sul nome della nazione), ci si rende conto che, nell’asse della salute e in quello dell’educazione la situazione è quasi sempre decisamente buona. Pensiamo che in 98 delle 145 nazioni all’università la presenza femminile supera quella maschile. I campi dove la parità è lontana sono quelli collegati all’economia ed alla politica e si materializza in minore occupazione femminile, minori stipendi, meno opportunità di occupare posizioni che contano, minor presenza femminile nei parlamenti e nei governi. Non sono molte le nazioni che hanno un equal numero di uomini e di donne in parlamento o che hanno egualmente divisi i ministeri o che hanno avuto una donna a capo del governo.

L’Italia non va malissimo, è al 41esimo posto, penalizzata dalle presenza relativamente bassa delle donne nel mondo del lavoro, nonostante il bonus della presenza di molte ministre nel governo Renzi. È la posizione che ci meritiamo?
Per capire come il peso attribuito ai vari parametri determini la classifica, mettiamo a confronto l’Italia con la Svizzera e la Francia che sono più in alto di noi, rispettivamente all’ottavo e al quindicesimo posto.


Ho scelto due nazioni a noi vicine che hanno una buona presenza femminile nei rispettivi governi  (43% per la Svizzera, 44% per l’Italia e 50% per la Francia) in modo che questo parametro non giochi un ruolo troppo importante.
Iniziamo dal panorama educativo dove  l’Italia vanta il 62% di ragazze tra i suoi laureati, contro il 56% della Francia e il 48% della Svizzera. Niente male su questo parametro.
Dal punto di vista salariale, per ogni 100 unità guadagnate da un maschietto, le svizzere arrivano a 82, le francesi a 86 e le italiane a 89.  Quindi, nel parametro parità salariale noi andremmo meglio, peccato che perdiamo subito terreno a causa delle minore presenza delle italiane nel mondo del lavoro 54% contro il 67% della Francia e il 78% della Svizzera. A parità della percentuale di donne nelle professioni qualificate, tipo magistrati, manager, medici, (i tre paesi sono allineati sul valori intorno al 30%) è la percentuale di italiane che lavorano (o che cercano lavoro) a fare la differenza in questa classifica. Si può discutere se il peso dei parametri sia ottimale, ma questa è l’essenza della classifica. Sicuramente, la presenza di donne in politica pesa più della parità salariale.

Per le donne non è solo questione di soldi

In Spagna le donne guadagnano 91 € per ogni 100 € maschili ma, pur avendo i parametri istruzione, presenza nel mondo del lavoro, percentuale di donne in posizioni al top, praticamente identici a quelli francesi, sono dieci posti sotto la Francia perché hanno appena 30% delle donne in politica.
Anche nei paesi nella parte bassa della classifica si notano differenze. Guardiamo il confronto tra India, Emirati Arabi e Turchia. Con meno opportunità di lavoro e minore scolarità, l’India viene “tirata su” dal fatto di avere avuto una donna a capo del governo. Per contro, Emirati Arabi e Turchia hanno presenza femminile quasi nulla in politica ed entrambe sono al di sotto della media per opportunità di lavoro.

Ovviamente parliamo del mondo del lavoro “privato” dove è possibile la contrattazione del salario. È un problema che non mi tocca, io lavoro nel pubblico e il mio stipendio è uguale a quello dei colleghi maschi di pari livello.
Nel sito how equal are you si possono avere rapidamente i dati sul salario, sulla presenza femminile nelle varie professioni, nella politica ecc., semplicemente scrivendo il nome del paese.
Scopriamo così che la nazione che più si avvicina alla parità salariale è il Belgio dove le donne hanno (in media) una salario che è il 94% dei loro corrispettivi maschili, seguito da Svezia, Norvegia e Grecia al 93%, Danimarca al 92% e Spagna al 91%. Tutti gli altri paesi europei, per i quali il dato salariale è presente, sono uguali o superiori all’80%.  Tra i paesi più industrializzati, il dato più basso è quello del Giappone che è al 73%, ampiamente battuto dal 63% della Korea del Sud.
Curiosamente il divario tra gli stipendi tra uomini e donne è un problema molto sentito anche tra i divi strapagati di Hollywood, dove le donne lamentano di ricevere compensi meno ricchi di quelli dei colleghi maschi e di avere una carriera molto più corta. Le attrici sostengono, probabilmente a ragione, che l’ambiente degli studios è terribilmente sessista. Capisco il problema, ma faccio fatica ad appassionarmi.

Pubblicato su Che Futuro


 



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