fbpx Un guinzaglio per gli Ogm | Page 8 | Scienza in rete

Un guinzaglio per gli Ogm

Read time: 2 mins

A pochi giorni dal via libera del Parlamento Europeo alla libertà di ciascun paese di poter scegliere se limitare o vietare la coltivazione di organismi geneticamente modificati sul proprio territorio nazionale, la rivista Nature pubblica due importanti studi che potrebbero contribuire a placare le principali preoccupazioni per l'inquinamento da Ogm.

Gli organismi geneticamente modificati hanno numerosi usi, dal cibo alla produzione di farmaci fino all'industria dove vengono usati, per esempio, per migliorare le caratteristiche richieste ad alcune materie prime.
Tuttavia, la coltivazione e lo sfruttamento sono da anni sotto i riflettori. In molti vi è la preoccupazione di un possibile inquinamento genetico.
La paura che le coltivazioni si diffondano, insomma, laddove non desiderato e che contamino così anche le piante allo stato selvatico o comunque non modificate geneticamente è infatti tra i principali argomenti a sostegno del no alle coltivazioni di Ogm. I rischi derivanti dalla diffusione involontaria di Ogm sono incerti, ma sono però infinitamente inferiori agli scenari da incubo dipinti da molti detrattori.
Se la manipolazione genetica non può essere mantenuta nella sua “scatola”, allora può essere tenuta al “guinzaglio”? Questa è la domanda a cui hanno cercato di trovare una risposta due gruppi di scienziati statunitensi.

Nel primo studio i genetisti di Harvard, coordinati da George Church, hanno ottenuto piante capaci di sopravvivere e crescere solo se nutrite con amminoacidi sintetici.  Attraverso la biologia molecolare è stata ridisegnata la struttura di alcuni enzimi essenziali alla sopravvivenza in modo da renderli dipendenti dall’incorporamento di amminoacidi non standard.
Nella seconda ricerca invece, Farren Isaacs ha “dotato” le piante con un corredo di enzimi che rendono il metabolismo dipendente da amminoacidi sintetici. Isaacs e il suo team hanno coniato un nuovo termine per la loro riscrittura del codice genetico, lo hanno chiamato "ricodifica" e i risultati ottenuti sono OGR, "organismi geneticamente ricodificati". "Questo è un miglioramento significativo rispetto agli attuali approcci di  biocontenimento nei confronti degli Ogm", spiega lo stesso Isaacs.

In entrambi i casi le nuove piante Ogm non sono assolutamente in grado di sopravvivere se coltivate in modo tradizionale e di conseguenza non sono in grado di attecchire in terreni nei quali l'unico alimento siano nutrienti naturali.

Autori: 
Sezioni: 
Indice: 
Genetica

prossimo articolo

Cosa si impara smontando un viadotto vecchio cinquant’anni

vista del sito sperimentale del progetto BRIDGE|50 nei pressi del quartiere di Mirafiori a Torino

Il crollo del Ponte Morandi ha portato all'attenzione dei legislatori il problema della durabilità delle strutture in calcestruzzo armato. Una delle principali cause di degrado di questo materiale è la corrosione, che però finora non veniva considerata adeguatamente nella progettazione delle opere e nel pianificare la loro manutenzione. Esistono modelli computazionali che possono prevedere come il degrado dei materiali incide sulla tenuta strutturale dei ponti o dei viadotti ma finora non era stato possibile testarli a scala reale. Il progetto di ricerca BRIDGE|50 colma questa lacuna. Alcune delle travi di un viadotto che doveva essere demolito a Torino per fare posto a un collegamento ferroviario sono state smontate e portate in un sito sperimentale allestito allo scopo. I ricercatori ne hanno prima misurato il livello di degrado e poi le hanno sottoposte a prove di carico fino a rottura. Quello che hanno imparato potrebbe essere applicato ad altre strutture già esistenti e aiutare a pianificarne meglio la manutenzione.

Nell'immagine le operazioni di demolizione del viadotto di Corso Grosseto a Torino. Credit: Mattia Anghileri/BRIDGE|50.

Il 14 agosto 2018 la pila 9 del Viadotto del Polcevera a Genova, anche noto come Ponte Morandi, cedette portando con sé un tratto di 250 metri di ponte e la vita di 43 persone. Le pile sono gli elementi verticali che sostengono l’impalcato di un ponte, la striscia orizzontale dove transitano i veicoli. Le cause del crollo del Ponte Morandi, tuttora oggetto di accertamento, sono state ricercate anche nella corrosione dei cavi metallici degli stralli in calcestruzzo armato collegati alla sommità della pila 9.