fbpx Tutta colpa di Giove | Page 2 | Scienza in rete

Tutta colpa di Giove

Primary tabs

Read time: 2 mins

Un gruppo di scienziati internazionali, guidati da Kevin J. Walsh, ricercatore del Southwest Research Institute di San Antonio, Texas, ha recentemente spiegato le ridotte dimensioni di Marte, rispetto alla Terra e a Venere, facendo così luce su un quesito che da anni assilla cosmologi e astronomi: il pianeta Giove, secondo gli studi effettuati, ancora in fase di formazione si sarebbe spostato prima verso l’interno, spingendosi ad appena 1,5 Unità Astronomiche (UA) dal Sole, per poi andare verso l’esterno, spinto dall’attrazione gravitazionale di Saturno. Questo movimento, laddove c’era ricchezza di polveri, rocce e gas, avrebbe sottratto materiale a Marte, impedendogli di crescere quanto gli altri pianeti nei successivi 30 – 50 milioni di anni.

“Il problema era comprendere se tale moto fosse compatibile o meno con l’esistenza della fascia di asteroidi presente in quel frangente fra Marte e Giove”, ha spiegato Walsh. La risposta dei ricercatori è stata affermativa: non solo si tratterebbe di una condizione possibile ma addirittura confermerebbe molte ipotesi relative ai meccanismi di formazione della fascia stessa. “Grand Tack Scenario” è il nome dato dal team di ricercatori alle simulazioni del sistema solare effettuate, immaginando come poteva essere ai primordi e paragonando gli spostamenti di Giove a una grande barca a vela che vira intorno ad una boa.

Lo studio, titolato “A low mass for Mars from Jupiter’s early gas-driven migration”, è stato pubblicato sul numero 475 di Nature (14 luglio 2011).

Kevin J. Walsh, Alessandro Morbidelli, Sean N. Raymond, et al. A low mass for Mars from Jupiter’s early gas-driven migration. Nature 2011;475:206-9.

Autori: 
Sezioni: 
Pianeti

prossimo articolo

Cosa sappiamo sul crollo del Ponte Morandi, dopo la sentenza di I grado

Si è concluso ieri il processo di primo grado per accertare le responsabilità per il crollo del viadotto Polcevera il 14 agosto 2018. I giudici hanno condannato i vertici di Autostrade per l’Italia, società che gestiva l’opera, e della sua controllata incaricata della manutenzione, oltre che un funzionario del Ministero dei Trasporti. La condanna sembra quindi confermare la tesi dell’accusa secondo cui a causare il disastro fu la mancata manutenzione dell’opera e in particolare dei cavi in calcestruzzo armato che ancoravano il ponte al pilone numero 9. Le armature in acciaio di quei cavi erano gravemente corrose, come già nel 1992 era stato constatato decidendo di intervenire sul pilone numero 11. Una nuova indagine del 2015 confermava lo stato di degrado. Un progetto di risanamento dell’intero ponte era stato concluso nel 2017 e approvato nel 2018, pochi mesi prima del crollo. Nell'immagine di copertina il Ponte Morandi dopo il crollo. Fonte: Alessio Sbarbaro/Wikipedia (CC BY-SA 4.0).

 

Giovedì 16 luglio, la procura di Genova ha pubblicato la sentenza del processo di primo grado per il crollo del viadotto Polcevera, anche noto come “Ponte Morandi”, un ponte strallato in calcestruzzo armato precompresso inaugurato nel 1967, lungo 1182 metri, che collegava Genova a Savona scavalcano il torrente Polcevera e alcuni quartieri di Genova situati nella valle.