fbpx Tempi di degradazione DNA | Page 2 | Scienza in rete

Tempi di degradazione DNA

Primary tabs

Read time: 2 mins

Uno studio sul DNA ottenuto da ossi di moa suggerisce che anche per il DNA si può parlare di una sorta di tempo di dimezzamento oltre il quale diventa problematico riuscire a recuperare materiale genetico utilizzabile per la clonazione.

La ricerca, coordinata da Morten E. Allentoft (School of Biological Sciences and Biotechnology - Murdoch University, Perth) e pubblicata su Proceedings of the Royal Society B, ha analizzato le condizioni di preservazione del DNA ricavato dagli scheletri di 158 differenti moa, i grandi uccelli incapaci di volare che dominavano l'ecosistema della Nuova Zelanda prima dell'arrivo degli umani. I campioni, provenienti da esemplari datati al radiocarbonio e morti tra i 500 e i 6000 anni fa, sono stati raccolti in una zona circoscritta grande pochi chilometri e si stima che tutti i moa da cui provengono siano stati sepolti a una temperatura media di 13 gradi. Sono proprio le pressoché identiche condizioni di conservazione ad assicurare che l'analisi sul degrado del DNA sia corretta.

Dall'analisi i ricercatori hanno avuto la conferma dell'esistenza di un processo di degrado con andamento esponenziale caratterizzato da una emivita media di 512 anni, un processo a lungo ipotizzato ma mai verificato. Dato che nel degrado del DNA intervengono molti fattori (per esempio acidità del terreno, temperature estreme, umidità, ecc.), tale valore non può essere considerato definitivo. E' comunque un'ottima base di partenza per ulteriori analisi sulla valutazione della sopravvivenza a lungo termine del DNA nel sistema osseo.


Autori: 
Sezioni: 
Genetica

prossimo articolo

Come non pubblicare in medicina: perché le riviste rifiutano i lavori

macchina da scrivere

Tra errori clamorosi, vizi strutturali e nuove sfide come l’intelligenza artificiale, il nuovo libro di Luca De Fiore, "Come non pubblicare in medicina" (Il Pensiero Scientifico Editore, 2026), ribalta con ironia le regole della pubblicazione scientifica per mostrarne i limiti più profondi. Non solo un manuale per evitare brutte figure , ma una riflessione su un sistema imperfetto e sempre più bisognoso di trasparenza, ma ancora necessario.

«Gentile direttore del New England Journal of Medicine…»: peccato che l’indirizzo fosse quello dell’editor di Jama. È successo mille volte, racconta Robert M. Golub: il destinatario era lui, all’epoca executive deputy editor della seconda rivista, e tutte le volte che ha letto un’intestazione così clamorosamente sbagliata ha pensato che gli autori della mail non dovessero essere campioni della cura del dettaglio. Succede. Come succede di dimenticarsi le tracce delle revisioni ancora visibili o di inciampare in sciatterie di formattazione, e anche molto peggio.