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Smog sull'Everest

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Quella della pura aria di montagna è un immagine molto distante dall’attuale scenario dell’Himalaya. A 5079 metri, alle pendici dell’Everest, è stato infatti registrato un picco di inquinamento comparabile con quello delle nostre città. I dati, diffusi dal CNR, provengono dalla stazione SHARE-NCO-P, appartenente al progetto SHARE, Stations at High Altitude for Research on the Environment.

Quest’anno i ricercatori dell’ISAC-CNR di Bologna e del LGGE-CNRS di Grenoble, responsabili del progetto presso il Nepal Climate Observatory – Pyramid, hanno osservato valori mai riscontrati prima: il black carbon (polvere nera da combustione) ha sfiorato i 6 μg/m3 mentre il PM1(massa delle polveri fini) ha superato i 100 μg/m3.

I dati allarmanti sull’inquinamento atmosferico purtroppo non sono nuovi per le vette himalayane. Ogni anno nel periodo pre-monsonico la stazione rileva un’alta presenza di inquinanti: le concentrazioni di black carbon raggiungono i 5 μg/m3 e il PM1 oscilla tra i 50 e i 70 μg/m3, valori che già superano di gran lunga i limiti della Comunità Europea per la qualità dell’aria nelle zone urbane. Il fenomeno è legato alla risalita di polveri dalla cosiddetta Asian Brown Cloud, la nube marrone che aleggia sulle pianure del sud dell’Asia e che in questa stagione risale lungo le pendici del massiccio montuoso.

La principale fonte di questi inquinanti è costituita dagli incendi, legati a pratiche forestali e agricole, che si sviluppano in questo periodo dell’anno e che sono in continua crescita in molte zone del Nepal, dell’India settentrionale e dell’Indocina.

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Inquinamento

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Che cosa hanno in comune Edgar Allan Poe, O.J. Simpson e gli errori giudiziari? La risposta passa per la statistica, ma soprattutto per il modo in cui ragioniamo. In “Se fossi stato al vostro posto” (Raffaello Cortina Editore, 2025) Marco Malvaldi parte da un celebre caso di cronaca ottocentesca e dalla sua trasfigurazione letteraria per mostrare come, quando siamo chiamati a interpretare i fatti, numeri, probabilità, narrazione e fallacie cognitive si intreccino. Un saggio e insieme un manuale, ricco di casi (reali o inventati) ma anche di ironia, che infine diventa un appello a chi, di fronte all’incertezza delle prove, ha la responsabilità di decidere della colpevolezza o dell’innocenza di qualcuno

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