fbpx Sbadigli refrigeranti | Page 21 | Scienza in rete

Sbadigli refrigeranti

Primary tabs

Read time: 2 mins

Rilevando sperimentalmente come la frequenza degli sbadigli dipenda dalla temperatura dell'ambiente esterno, due ricercatori ottengono una significativa conferma che lo sbadiglio può essere un efficace sistema di refrigerazione del cervello.

L'idea non è nuova, ma finora mancava una controparte sperimentale. Ci hanno pensato Andrew Gallup (Binghamton University) e Omar Eldakar (University of Arizona), che hanno documentato la frequenza con cui a Tucson 160 persone (80 osservate in inverno e altrettante in estate) rispondevano allo stimolo di sbadigliare. Giocando sul fatto che si tratta di uno stimolo piuttosto contagioso, i ricercatori hanno mostrato ai passanti immagini di persone che sbadigliavano e ne hanno rilevato la reazione.

Dai dati, pubblicati su Frontiers in Evolutionary Neuroscience, è emerso che la risposta cambia in modo significativo dal periodo invernale a quello estivo. Nei mesi più freddi, quando in media a Tucson la temperatura è intorno ai 22 °C, si è registrata una risposta positiva nel 45% delle persone esaminate mentre in estate, con temperature intorno ai 37 °C, gli sbadigli si attestavano solo al 24%.
Secondo i ricercatori questa variazione stagionale indicherebbe che lo stimolo dello sbadiglio ha più probabilità di andare a buon fine con temperature esterne inferiori a quella del corpo, confermando dunque l'idea della sua utilità per la refrigerazione del cervello.

Nella dettagliata analisi dei risultati i ricercatori hanno valutato anche il legame con la durata dell'esposizione alle condizioni atmosferiche. Nel periodo estivo, per esempio, l'incidenza degli sbadigli tra le persone che erano all'esterno da oltre cinque minuti crollava a meno del 10%.

Princeton University

Autori: 
Sezioni: 
Fisiologia

prossimo articolo

La ricerca e l'innovazione dell'IA in mano a oligopoli privati: l’allarme e le soluzioni

Giorgio Parisi al convegno di Roma

L'intelligenza artificiale va regolamentata prima che si affermino forme di oligopolio, o persino di monopolio, capaci controllare l'accesso alle informazioni e la produzione di nuove conoscenze: per questo serve un grande centro di ricerca pubblico che oggi può essere realizzato solo in Europa. Lo afferma il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi in occasione del convegno ⁠ "Ricerca e democrazia nell'epoca delle Big Tech" ⁠ organizzato dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica il 14 maggio presso la sede del CNR a Roma, in collaborazione con Scienza in rete. Il dossier presentato dall'associazione sostiene con dati i rischi posti da un predominio economico schiacciante esercitato da poche aziende che valgono quanto il PIL degli USA, e che stanno condizionando profondamente anche l'ecosistema della ricerca scientifica, sempre meno aperto e controllato dalla comunità di riferimento.

Nell'immagine Giorgio Parisi, foto di Luca Carra.