fbpx I ricordi dell’infanzia? Ecco perché li dimentichiamo | Page 2 | Scienza in rete

I ricordi dell’infanzia? Ecco perché li dimentichiamo

Primary tabs

Read time: 2 mins

Molto spesso ci soffermiamo a pensare a quando eravamo bambini ma molti di quei ricordi risultano sbiaditi e poco chiari. Perché? La risposta arriva da uno studio appena pubblicato su Science che suggerisce che la neurogenesi, la generazione di nuovi neuroni, è responsabile della perdita di una parte della memoria in diverse specie, compreso l'uomo.
Secondo lo studio, infatti, i neuroni di nuova formazione dell'ippocampo - l'area del cervello coinvolta nella formazione della memoria - potrebbero compromettere le informazioni precedentemente acquisite.
"E’ stata una scoperta sorprendente. La maggior parte di noi pensa che avere dei nuovi neuroni possa solo migliorare la memoria", spiega Sheena Josselyn, neuroscienziata che ha condotto lo studio insieme al marito Paul Frankland presso l'Hospital for Sick Children di Toronto.
I ricercatori hanno testato topi neonati e adulti su una paura condizionata: l’associazione tra un determinato ambiente e uno shock elettrico. Tutti i topi hanno imparato il compito in modo rapido, ma mentre i topi neonati ricordavano l'esperienza negativa per un solo giorno dopo l'allenamento, i topi adulti conservavano il ricordo per diverse settimane. Alla base una differenza nella proliferazione neuronale.
Il team di Josselyn ha provato, allora, a migliorare la persistenza dei ricordi nei topi neonati attraverso modifiche genetiche e chimiche che hanno agito rallentando la crescita dei neuroni.
Nei topi più giovani, dove era stata inibita la formazione di nuovi neuroni, gli animali hanno mantenuto il ricordo della paura condizionata meglio dei topi non trattati.
Anche se apparentemente poco intuitivo, alcuni modelli teorici avevano già previsto questo effetto. La memoria si basa su un circuito, quindi se si aggiunge un elemento a questo circuito ci sono possibilità di modificarlo.
“La neurogenesi ha, quindi, un duplice effetto sulla memoria. L'integrazione dei nuovi neuroni nell'ippocampo facilita la codifica di nuove memorie ma aiuta anche a pulire il vecchio. Questa pulizia è importante perché aiuta la memoria a lavorare in modo più efficiente”, ha spiegato Paul Frankland.

Autori: 
Sezioni: 
Canali: 
Neuroscienze

prossimo articolo

Philadelphia, quando un cromosoma diventa un test

cromosoma philadelphia al microscopio

Dalla scoperta del cromosoma Philadelphia nel 1960 all’identificazione del gene di fusione BCR::ABL1, la ricerca sulla leucemia mieloide cronica ha accompagnato alcune delle più importanti svolte dell’oncologia moderna. Un percorso che ha trasformato un’anomalia osservata al microscopio in un bersaglio terapeutico e in un biomarcatore misurabile nel sangue. Oggi il monitoraggio molecolare consente di valutare con precisione la risposta ai farmaci e, in pazienti selezionati, persino di considerare la sospensione della terapia: è un esempio emblematico di come la medicina di precisione possa cambiare la storia di una malattia.

Immagine di copertina: ripresa al microscopio che mostra il riarrangiamento del cromosoma Philadelphia. Crediti: Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 3.0

Nel 1960, Peter Nowell e David Hungerford scoprirono un'alterazione genetica decisiva per la medicina oncologica: studiando i cromosomi delle cellule di persone affette da leucemia mieloide cronica (LMC), i due ricercatori notarono la presenza di un cromosoma insolitamente piccolo.