fbpx Quegli sporchi biocarburanti | Page 3 | Scienza in rete

Quegli sporchi biocarburanti

Primary tabs

Read time: 1 min

Non c'è dubbio che l'impiego di carburanti di origine vegetale faccia diminuire la richiesta dei prodotti petroliferi, ma c'è il rischio concreto che questo vantaggio possa trasformarsi in un pesante costo ambientale.

Ne sanno qualcosa gli abitanti delle regioni che si affacciano sul Golfo del Messico. Dal 1971 è nota l'esistenza nel Golfo di una "zona morta", così chiamata perchè l'estrema povertà di ossigeno di quelle acque impedisce di fatto ogni forma di vita. Attualmente si estende per quasi 15 mila chilometri quadrati e recenti ricerche effettuate dal team di Michael Griffin (Carnegie Mellon University - Pittsburgh) indicano come alla sua origine contribuiscano in maniera determinante le coltivazioni intensive destinate ai biocarburanti.

Sotto accusa i fertilizzanti che, trasportati nelle acque del Golfo, innescano una incredibile proliferazione primaverile ed estiva di alghe. Queste vengono poi divorate dai batteri, ma tale banchetto si traduce in un drastico impoverimento dell'ossigeno dissolto nell'acqua. Il risultato finale è che a farne le spese sono pesci, gamberetti, granchi e altri esseri viventi marini.

Il governo statunitense sta cercando di correre ai ripari (suggerendo per esempio di privilegiare particolari coltivazioni) per ridurre la zona morta a un terzo della sua estensione attuale, ma - stando alle proiezioni di Griffin - tali sforzi potrebbero servire a ben poco richiedendo dunque soluzioni più radicali.

Fonti: ScienceNOW

Autori: 
Sezioni: 
Canali: 
Ambiente

prossimo articolo

Ricostruire la musica perduta con l'analisi digitale: il caso Giovanni Battista Riccio

Uno spartito musicale immerso in acqua profonda

Un gruppo di ricerca dell’Università di Padova ha realizzato un progetto volto a ricostruire le parti perdute di alcuni brani dell’organista e compositore barocco Giovanni Battista Riccio. La ricostruzione segue tecniche basate sullo studio analitico delle partiture rimaste, e ha consentito di disseppellire dall’oblio musica perduta che nessuno poteva più eseguire. Così, grazie anche all’aiuto dell’analisi digitale della musica, è stata studiata, ricostruita e valorizzata l’opera completa del musicista, aggiungendo un tassello importante alle nostre conoscenze del primo periodo musicale barocco veneziano. Nell'immagine, un frame del video realizzato nel contesto del progetto.

Marina Toffetti è docente di Teorie musicali e di Analisi delle forme musicali e delle tecniche compositive all’Università di Padova, dove dirige da diversi anni un gruppo di ricerca che si dedica alla ricostruzione di partiture barocche: il gruppo ha fatto risorgere la musica di Giovanni Battista Riccio, compositore del primo Barocco veneziano.