fbpx Petizione dell’European Sociological Association | Page 13 | Scienza in rete

Petizione dell’European Sociological Association

Primary tabs

Read time: 2 mins

Petizione dell’European Sociological Association contro la marginalizzazione delle Scienze Umane e Sociali (SSH) all’interno della ricerca europea

Il nuovo programma europeo per la ricerca e l'innovazione, Horizon 2020, avviato nel 2014,  riserva un’attenzione più che marginale alle Scienze Sociali e Umane. L’indicatore finanziario è chiaro al riguardo. Nonostante Horizon 2020 possa godere di un budget decisamente superiore a quello del Settimo Programma Quadro (2007-13) – circa 25 miliardi di euro in più – il finanziamento alle SSH è addirittura diminuito. Questa diminuzione non è causale, ma si lega al ruolo periferico assegnato alle SSH nell’Europa che il programma prefigura. I cosiddetti ‘pillars’ di Horizon 2020, intrecciati ai temi della ricerca, dell’innovazione e dello sviluppo, sono tre: Excellent Science, Industrial Leadership e Societal Challanges. Quest’ultimo è composto da sette aree, delle quali solo una – la sesta, denominata Europe in a Changing World. Inclusive, Innovative and Reflective Societies – risulta  legata in modo diretto alla SSH . Va aggiunto che l’area che ci riguarda più da vicino è anche, tra le sette, in assoluto quella con un finanziamento più contenuto.

In questo quadro la petizione dell’European Sociological Association chiede al Parlamento Europeo, al Consiglio dell’Unione Europea e alla Commissione Europea:

  1. di finanziare  le SSH almeno allo stesso livello del precedente Programma Quadro;
  2. di sviluppare, all’interno di Horizon 2020, un approccio realmente interdisciplinare capace di valorizzare le SSH;
  3. di ristabilire  uno specifico Direttorato dedicato alla ricerca nell’ambito delle SSH all’interno della Direzione generale per la Ricerca e dell’Innovazione della Commissione Europea. 

Link alla petizione

Autori: 
Sezioni: 
Scienza sociali

prossimo articolo

Cosa si impara smontando un viadotto vecchio cinquant’anni

vista del sito sperimentale del progetto BRIDGE|50 nei pressi del quartiere di Mirafiori a Torino

Il crollo del Ponte Morandi ha portato all'attenzione dei legislatori il problema della durabilità delle strutture in calcestruzzo armato. Una delle principali cause di degrado di questo materiale è la corrosione, che però finora non veniva considerata adeguatamente nella progettazione delle opere e nel pianificare la loro manutenzione. Esistono modelli computazionali che possono prevedere come il degrado dei materiali incide sulla tenuta strutturale dei ponti o dei viadotti ma finora non era stato possibile testarli a scala reale. Il progetto di ricerca BRIDGE|50 colma questa lacuna. Alcune delle travi di un viadotto che doveva essere demolito a Torino per fare posto a un collegamento ferroviario sono state smontate e portate in un sito sperimentale allestito allo scopo. I ricercatori ne hanno prima misurato il livello di degrado e poi le hanno sottoposte a prove di carico fino a rottura. Quello che hanno imparato potrebbe essere applicato ad altre strutture già esistenti e aiutare a pianificarne meglio la manutenzione.

Nell'immagine le operazioni di demolizione del viadotto di Corso Grosseto a Torino. Credit: Mattia Anghileri/BRIDGE|50.

Il 14 agosto 2018 la pila 9 del Viadotto del Polcevera a Genova, anche noto come Ponte Morandi, cedette portando con sé un tratto di 250 metri di ponte e la vita di 43 persone. Le pile sono gli elementi verticali che sostengono l’impalcato di un ponte, la striscia orizzontale dove transitano i veicoli. Le cause del crollo del Ponte Morandi, tuttora oggetto di accertamento, sono state ricercate anche nella corrosione dei cavi metallici degli stralli in calcestruzzo armato collegati alla sommità della pila 9.