Un team di ricercatori dell'Università delle Hawaii ha dimostrato che coltivando le patate dolci in un ambiente con elevati livelli di anidride carbonica i tuberi hanno dimensioni più grandi del normale.
Nell'esperimento, i cui risultati verranno presentati nel corso del Meeting dell'American Geophysical Union a San Francisco, Hope Jahren e collaboratori hanno coltivato un totale di 64 piante di patate dolci (Ipomoea batatas) in ambienti caratterizzati da quattro differenti livelli di CO2. In uno era riprodotto l'attuale livello di 390 parti per milione, mentre negli altri erano state riprodotte condizioni ambientali con 760 ppm, 1140 ppm e 1520 ppm di anidride carbonica.
Lo sviluppo delle piantine e le condizioni ambientali sono state attentamente controllate per tutti i tre mesi di durata dell'esperimento e al momento della raccolta il team ha rilevato uno stretto legame tra le dimensioni finali dei tuberi e il livello di CO2. In particolare, i tuberi coltivati in un ambiente con 760 ppm di anidride carbonica sono risultati più grandi del 96%.
Ancora tutto da verificare, però, il contenuto nutrizionale dei tuberi sviluppatisi maggiormente grazie all'anidride carbonica. Analoghe ricerche effettuate su riso, frumento e soia, infatti, avevano indicato un calo del contenuto proteico di circa il 15%.
New Scientist
Patate dolci e CO2
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Più scienziati anziani, meno innovazione nella ricerca

Uno studio su 12,5 milioni di ricercatori e ricercatrici suggerisce che con l’età gli scienziati tendano a diventare meno disruptive, meno inclini cioè a produrre idee capaci di cambiare paradigma. Cresce invece la capacità di integrare e consolidare conoscenze già esistenti. Il fenomeno, definito “Nostalgia Effect”, porta a riflettere su una comunità scientifica sempre più gerontocratica, dove il rischio non è l’irrilevanza dei senior, ma un equilibrio alterato tra innovazione radicale e sedimentazione del sapere.
C’è una certa ironia nel leggere, per me che ho una “età accademica” piuttosto avanzata, un articolo che sostiene, dati alla mano, che gli scienziati anziani tendono a diventare meno disruptive, cioè meno capaci di produrre quelle idee che ribaltano i paradigmi esistenti. Ironia doppia, se nel frattempo ci si accorge di aver appena citato, per l’ennesima volta, un lavoro del 1987 convinti che «resti ancora fondamentale».