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Metodi antiquati, problemi urgenti

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I negoziati internazionali sul clima hanno una struttura “antiquata”, processi decisionali “ingiusti” che ostacolano il raggiungimento degli accordi. Queste le conclusioni di una ricerca inglese condotta dall'Università dell'East Anglia e dal Tyndall Centre for Climate Change Research e  pubblicata su Nature Climate Change. 

I lavori della 18esima Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP18) si apriranno a Doha, in Qatar, il 26 Novembre. In agenda, stabilire una fase due per il Protocollo di Kyoto, che scade a dicembre 2012, e porre le basi per la negoziazione di un nuovo accordo sul clima entro il 2015. Incontri informali di preparazione si sono tenuti a Berlino e a Bangkok negli ultimi mesi. Dalla vaghezza delle discussioni sono emerse le permanenti difficoltà dei decisori politici internazionali nell'assumere impegni vincolanti ed efficaci. 

Secondo i ricercatori inglesi, la struttura dei negoziati deve essere modernizzata se si vogliono raggiungere obiettivi concreti di riduzione delle emissioni e strategie di adattamento. La composizione delle delegazioni è mutata nel corso degli anni a favore dei Paesi più ricchi. Il numero dei delegati è passato da 757 che rappresentavano 170 stati nella prima COP del 1995 a più di 10 mila individui da 194 Paesi durante la COP15 del 2009 a Copenhagen. I piccoli Paesi in via di sviluppo hanno ridotto le proprie delegazioni mentre i G7 + 5 (Brasile, Cina, India, Messico, Sudafrica) le hanno aumentate. Unica eccezione gli Stati uniti, che dopo essersi ritirati da Kyoto hanno progressivamente ridotto il numero dei propri rappresentanti. In questo contesto, le modalità di decisione basate sul consenso hanno regolarmante portato le discussioni in fase di stallo, a danno dei paesi più poveri che hanno una rappresentanza insufficiente a far valere le proprie proposte.

L'urgenza di affrontare in senso decisivo il fenomeno dei cambiamenti climatici è stata sottolineata recentemente da più parti. Nel rapporto della Banca Mondiale diffuso pochi giorni fa, Turn Down the Heat, gli scienziati hanno stabilito che senza sostanziali progressi nell'azione dei governi la temperatura media globale aumenterà di 4° nel 2060. In questo scenario, nessun Paese rimarrebbe estraneo agli effetti del global warming che però colpiranno soprattutto i Paesi più poveri, maggiormente esposti ad eventi climatici estremi e  meno preparati dal punto di vista istituzionale, scientifico e tecnologico per mettere in campo strategie di prevenzione e di adattamento.

A lanciare un appello anche una rete globale di azionisti da Europa, Nord America, Asia e Australia, che hanno mandato una lettera aperta ai governi delle maggiori economie mondiali in vista del vertice di Doha. “Posticipare ulteriormente l'attuazione di politiche ambiziose sul clima fa crescere il rischio di investimento per i soggetti istituzionali e mette a rischio i risparmi di milioni di cittadini”, hanno scritto i rappresentanti della rete che gestisce un patrimonio dichiarato di 22 miliardi di dollari. “C'è ancora molto lavoro da fare per favorire la transizione verso un'economia a basso contenuto di carbonio e stimolare il settore dell'energia pulita”.

 

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