fbpx Lo scherzetto di BaBar | Page 4 | Scienza in rete

Lo scherzetto di BaBar

Primary tabs

Read time: 2 mins

L'analisi dei dati raccolti dall'esperimento BaBar mostrerebbe una possibile sbavatura nel modello standard: un particolare tipo di decadimento di una particella si verificherebbe più spesso di quanto previsto dalla teoria.

BaBar è una tra le più importanti collaborazioni internazionali che si occupano di fisica delle particelle (coinvolge circa 500 fisici teorici) e il suo nome, che chiama in causa l'elefantino caro ai bambini, deriva dal nome del mesone B e di quello della sua antiparticella (detta in gergo B-bar). L'esperimento, situato presso lo SLAC National Accelerator Laboratory e coordinato dalla Stanford University, ha raccolto i dati di collisioni ad alta energia tra particelle subatomiche dal 1999 al 2008 e l'analisi dei dati continua tuttora.

L'ultimo risultato in ordine di tempo è quello presentato alla conferenza internazionale di fisica teorica tenutasi a Hefei, in Cina, e proposto per la pubblicazione su Physical Review Letters. Da questa analisi emergerebbe che un particolare tipo di decadimento del mesone B-bar in un mesone D, un antineutrino e un leptone tau (in gergo: B to D-star-tau-nu decay) avverrebbe con più frequenza di quanto previsto dal modello standard.

Benché i dati che fanno da base allo studio siano molto più sensibili di quelli utilizzati in precedenti studi sullo stesso decadimento, non sono ritenuti ancora sufficienti per annunciare una falla nel modello standard. Secondo i ricercatori, bastano comunque a sottolineare che non tutto fila liscio in quel modello. “Se tale eccesso venisse confermato – ha sottolineato Abner Soffer (Tel Aviv University), coordinatore di BaBar – sarà davvero eccitante immaginare cosa ne potrà derivare.

Per approfondimenti: STFC - SLAC - Research paper (arXiv)

Autori: 
Sezioni: 
Indice: 
Fisica

prossimo articolo

Medicina aerospaziale: cosa ci insegna la vita in orbita sulla biologia umana

astronauta nello spazio

Perché continuiamo a investire miliardi per tornare sulla Luna e prepararci a raggiungere Marte? Non è soltanto una questione di esplorazione o prestigio tecnologico. Nello spazio, infatti, il corpo umano è sottoposto a condizioni impossibili da replicare sulla Terra: microgravità, radiazioni cosmiche e isolamento accelerano processi biologici che qui richiederebbero anni per manifestarsi. E così, dalle cellule coltivate su organ-on-chip agli studi sull'invecchiamento e sulla medicina di precisione, la ricerca aerospaziale sta trasformando le missioni spaziali in laboratori unici per comprendere meglio malattie, sviluppare nuove terapie e migliorare la salute di tutti noi.

Al racconto dell’umanità nello spazio a volte manca qualcosa. Spesso le missioni spaziali vengono raccontate come eventi grandiosi, emotivi, momenti nei quali i limiti dell’essere umano sono messi alla prova – e a volte superati. Una narrazione che tiene le persone col naso all’insù ma che a volte manca di rispondere a una domanda: dopotutto, a cosa serve andare nello spazio?