fbpx Galassie cresciute a idrogeno | Scienza in rete

Galassie cresciute a idrogeno

Primary tabs

Read time: 1 min

Analisi spettroscopiche hanno fornito per la prima volta la diretta evidenza che le giovani galassie crebbero alimentandosi del gas che stava loro intorno, ingrediente essenziale per una intensa formazione stellare.

Oltre al meccanismo di merging – cioè di fusione tra galassie, drammatico epilogo di collisioni reciproche – la crescita delle galassie nel giovane universo avvenne anche grazie a un sistema di gran lunga meno violento: l'accrezione del gas primordiale dallo spazio circostante. E' questa la conclusione, pubblicata a metà ottobre su Nature, alla quale è giunto un team internazionale di astrofisici coordinato da Giovanni Cresci (Osservatorio Astrofisico di Arcetri).

La prova è venuta dalle osservazioni con lo spettrografo SINFONI di cui è dotato il VLT (Very Large Telescope), uno strumento in grado di studiare separatamente la luce proveniente da differenti regioni della stessa galassia anche se questa si trova nelle profondità del cosmo. Cresci e collaboratori hanno potuto rilevare come in tre galassie molto distanti, scelte con cura affinché non risentissero di effetti gravitazionali da parte di galassie vicine, le regioni centrali mostravano una vigorosa produzione stellare. Poiché i dati spettroscopici indicavano che quelle regioni erano povere di elementi “pesanti” - così gli astronomi definiscono gli elementi differenti da idrogeno ed elio - l'unica possibilità per spiegare un simile processo è quella di ipotizzare un intenso flusso di gas risucchiato dalle regioni circostanti.

ESO - INAF - Research paper

Autori: 
Sezioni: 
Astronomia

prossimo articolo

Nepal, quando una montagna diventa un’alluvione

Dal collasso di roccia e ghiaccio sul Langtang Lirung alla piena catastrofica: che cosa sappiamo, che cosa resta incerto e che ruolo può avere avuto il riscaldamento dell’alta montagna. E sopratutto cosa fare per capire meglio e anticipare immani catastrofi come questa. Ne scrive Giorgio Vacchiano.
Immagine satellitare dell'area interessata dall'alluvione, da USGS EarthExplorer, https://earthexplorer.usgs.gov/

Il disastro che il 26 agosto 2026 ha colpito il Nepal e il Tibet non è stato una normale alluvione provocata semplicemente da precipitazioni estreme, e nemmeno, propriamente, il solo “crollo di un ghiacciaio”. Le evidenze disponibili indicano una catena di processi iniziata oltre cinquemila metri di quota con il cedimento congiunto di roccia e ghiaccio sul versante settentrionale del Langtang Lirung.