fbpx Embrionali e iPS non sono uguali | Page 15 | Scienza in rete

Embrionali e iPS non sono uguali

Primary tabs

Read time: 1 min

Le cellule staminali pluripotenti indotte a partire da cellule somatiche hanno un’espressione genica diversa da quelle embrionali. «La variazione nel dosaggio delle proteine è minima» precisa Joshua Coon, che ha coordinato il lavoro pubblicato su Nature Methods, «ma potrebbe spiegare le differenze tra i due tipi di cellule, soprattutto in relazione alla capacità di differenziarsi verso molteplici direzioni».

La possibilità di ricavare con molta facilità in laboratorio cellule staminali da tessuti già ben differenziati, ripercorrendo a ritroso il percorso fatto normalmente nel corso dello sviluppo di ogni individuo a partire dallo zigote, sembrava potesse spegnere le polemiche sulle difficoltà etiche e pratiche dell’utilizzo di embrioni umani come fonte di staminali, potenziali cure di moltissime malattie. Ma molti scienziati pensano che questo metodo, per quanto presenti tra gli altri il vantaggio di evitare qualunque reazione di rigetto,non dia origine a cellule del tutto sovrapponibili a quelle ottenute dagli embrioni.

Per verificarlo i ricercatori dell’Università del Wisconsin hanno usato un’analisi proteomica basata sulla spettrometria di massa ad alta risoluzione, in modo da mettere a confronto la produzione di proteine in 4 linee cellulari di staminali embrionali umane e 4 di iPSC: «Queste ultime conservano alcune delle caratteristiche delle cellule da cui sono derivate» precisa il ricercatore. Un dato che potrebbe rappresentare un ostacolo nella differenziazione verso altri tipi di tessuto.

Nature Methods DOI: 10.1038/nmeth.1699

Autori: 
Sezioni: 
Dossier: 
Staminali

prossimo articolo

Terra dei Fuochi: quale scienza serve dopo la sentenza?

incendio nella terra dei fuochi

La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sulla Terra dei Fuochi ha riconosciuto che le conoscenze accumulate nel tempo erano già sufficienti a imporre misure di protezione della popolazione. A più di un anno e mezzo dalla condanna dell’Italia, la questione non è quindi soltanto produrre nuove prove sui danni ambientali e sanitari, ma capire quale ricerca serva oggi: una sorveglianza continua e più fine sul territorio, capace di integrare ambiente e salute, individuare le popolazioni più esposte e verificare se gli interventi di prevenzione e risanamento stiano davvero riducendo i rischi.

Nell'immagine di copertina: incendio ad Afragola, 2012. Crediti: Gianluca Rizzi/Flickr. Licenza: CC BY-NC-SA 2.0

Il 30 gennaio 2025 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per non avere protetto adeguatamente la popolazione della Terra dei Fuochi da un rischio ambientale e sanitario conosciuto da molti anni. È trascorso più di un anno e mezzo: poco rispetto alla lunga storia di questo territorio, ma più che sufficiente per chiedersi che cosa la sentenza possa cambiare anche nel modo di produrre e utilizzare le conoscenze su ambiente e salute.