fbpx Elefanti e formiche | Page 4 | Scienza in rete

Elefanti e formiche

Primary tabs

Read time: 2 mins

Un'efficiente simbiosi tra acacie e formiche non solo proteggerebbe gli alberi dalla voracità degli elefanti, ma contribuirebbe a garantire alla savana africana un corretto equilibrio tra foresta e prateria.

Sembra proprio che la classica immagine dell'elefante terrorizzato da un minuscolo topolino debba essere aggiornata. Secondo lo studio di Todd Palmer (University of Florida) e Jacob Goheen (University of Wyoming) pubblicato sull'ultimo numero di Current Biology, al topolino sarebbe meglio sostituire una formica. I due ricercatori hanno infatti scoperto che i pachidermi sono particolarmente attenti nella scelta degli alberi di acacia cui attingere per i loro banchetti, evitando con cura quelli sulle cui fronde prosperano i minuscoli insetti. Minuscoli, ma terribili se a frotte si arrampicano con fare minaccioso all'interno della proboscide.

Dietro a tutto ciò vi è il profondo legame simbiotico tra una particolare specie di acacia (Acacia drepanolobium) e le colonie di formiche del genere Crematogaster: da un lato gli insetti possono cibarsi del dolce nettare degli alberi, dall'altro costituiscono una efficace difesa contro i devastanti assalti degli elefanti in cerca di cibo.

Lo studio, però, sottolinea anche una conseguenza a più ampio respiro. Il ruolo di protezione delle acacie esercitato dalle formiche, infatti, sarebbe importante anche per il mantenimento del delicato equilibrio che governa la savana, ambiente in cui foresta e prateria si contendono la supremazia con ogni mezzo. Oltre a tener conto della siccità, degli incendi, della chimica del suolo e della necessità di cibo dei grossi erbivori, insomma, bisognerà ora considerare anche la capacità di autodifesa messa in campo dalle acacie.

University of Florida - ScienceNow

Autori: 
Sezioni: 
Luoghi: 
Zoologia

prossimo articolo

La medicina di precisione non può fare a meno degli small data

I big data promettono di rivoluzionare la medicina, ma rischiano di nascondere più di quanto rivelino quando si tratta di curare il singolo paziente. Lorenzo Farina argomenta che gli small data - i dati «piccoli» abbastanza da essere compresi direttamente dal clinico - non sono un residuo del passato ma un elemento irrinunciabile della medicina di precisione. La vera sfida non è scegliere tra i due paradigmi, ma abbandonare l'approccio data-driven e tornare a ragionare per domande: prima la questione clinica, poi i dati necessari a rispondervi.

Gli small data sono definiti come quei dati di dimensione abbastanza «piccola» da poter essere immediatamente compresi da un essere umano, non tanto nella loro interpretazione che ovviamente ha sempre e necessariamente bisogno della analisi, ma nel loro significato biologico generale. Tipicamente, sono il risultato di esperimenti di laboratorio che non utilizzano macchine per l'analisi dei dati omici, bensì altre biotecnologie in grado di misurare relativamente «pochi» dati per provare a rispondere alla domanda che interessa.