fbpx Un cromosoma di troppo? mettiamolo knock Down | Page 3 | Scienza in rete

Un cromosoma di troppo? mettiamolo knock Down

Read time: 2 mins

Non è ancora un trattamento capace di far sparire tutti gli effetti provocati da quel cromosoma 21 in più che provoca la sindrome di Down: per ora i ricercatori statunitensi e canadesi che hanno pubblicato i loro risultati su Nature hanno solo corretto il difetto in colture di cellule staminali prelevate a questi pazienti. Ma non è poco come primo passo per la cura di una condizione che finora sembrava difficile trattare, così come le altre in cui l’anomalia non riguarda un solo gene ma un intero cromosoma. «Abbiamo preso spunto da quel che accade normalmente nello sviluppo degli embrioni femminili sani, in cui l’espressione genica di uno dei due cromosomi X viene bloccata» spiega Jeanne B. Lawrence, dell’Università del Massachusetts, che insieme con Fyodor Urnov, della californiana Sangamo BioSciences, ha coordinato la ricerca. Ciò avviene grazie a un singolo gene chiamato XIST, che produce una molecola di RNA non codificante ma capace di rivestire il cromosoma X mettendolo a riposo. «Abbiamo quindi provato a inserire questo stesso gene nel cromosoma 21 di cellule staminali pluripotenti con l’anomalia tipica della sindrome di Down, cioè la trisomia del cromosoma 21» prosegue la ricercatrice, «e abbiamo ottenuto lo stesso risultato: il cromosoma in eccesso è stato per così dire “impacchettato” e messo fuori uso. E, quel che è più interessante, ciò ha provocato subito la scomparsa delle anomalie di crescita delle cellule staminali, e, soprattutto, la loro difficoltà a differenziarsi verso il tessuto nervoso». Roberta Villa

Nature, published online 17 July 2013 

 

Autori: 
Sezioni: 
Genetica

prossimo articolo

Il telescopio nato per spiare la Terra che ora guarderà l'universo

Lanciato il 30 agosto e in viaggio verso il punto L2, il Roman Space Telescope osserverà con un campo di vista cento volte più ampio di Hubble per mappare la materia oscura, misurare l'espansione dell'universo e scovare fino a 100.000 esopianeti. Ma il suo specchio non era nato per il cielo: era un telescopio spia costruito per l'intelligence militare statunitense e donato alla NASA nel 2011, che ha così salvato una missione a corto di fondi. Oggi porta il nome di Nancy Grace Roman, prima astronoma capo della NASA. (Immagine: “Nancy Grace Roman Space Telescope Primary Mirror” di NASA's Nancy Grace Roman Space TelescopeCC BY-NC-ND 2.0)

Il Roman Space Telescope, lanciato il 30 agosto ed ora in viaggio verso il punto Lagrangiano L2 a 1,5 milioni di km dalla Terra, aprirà nuovi orizzonti allo studio della materia oscura, dell'espansione dell'universo e dei pianeti extrasolari.