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In Italia ammalarsi non è uguale per tutti

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A dicembre è stato pubblicato un report della Commissione europea sulle diseguaglianze di salute nell’Unione europea. Attraverso un’attenta analisi, viene evidenziato il persistere di sostanziali differenze tra i paesi dell’Unione in molteplici indicatori di salute, come all’interno dei paesi stessi.
Non è questa certamente una novità, visto che la letteratura scientifica e diversi rapporti ufficiali da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità avevano da tempo evidenziato il problema. La parte forse di maggiore interesse del rapporto della commissione guidata da uno dei maggiori esperti mondiali dell’argomento, Michael Marmot, è forse quella relativa a che cosa hanno fatto in questi ultimi anni i diversi paesi per ridurre queste diseguaglianze.
Il panorama che ne emerge è abbastanza sconcertante: fatta eccezione per qualche nazione del Nord Europa ben poco si è realizzato. Non c’è dunque da meravigliarsi se le differenze di salute tra i diversi strati della popolazione si siano spesso accentuati invece di ridursi. E la crisi economica non ha certo aiutato. Nelle analisi compiute a livello di singoli paesi, l’Italia su questo fronte non ne viene fuori molto bene: le politiche tese alle riduzioni delle diseguaglianze sono state poche e limitate.

E il problema da noi certamente non è minore rispetto ad altri Stati. Se i dati medi mostrano un Paese (nel confronto) abbastanza sano, con una prospettiva di vita in buona salute tra le maggiori in Europa, le differenze all’interno ci sono, e molte. Da diversi anni studi sulla mortalità (si vedano ad esempio i lavori di Giuseppe Costa e colleghi) hanno mostrato come questa si differenzi molto tra classi sociali e come, ad esempio, un titolo di studio basso la possa aumentare anche dell’80%.
Ma in Europa siamo tra i pochi ad avere un sistema di monitoraggio sui comportamenti salutari attraverso il sistema “PASSI” (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia, al quale partecipano più dell’85% delle ASL italiane, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e sostenuto dal Ministero della Salute) che fornisce dati quasi in tempo reale.
E su questo fronte i dati più recenti non sono certo positivi: qualsiasi indicatore si prenda le differenze tra gruppi di popolazione sono eclatanti.
Il fumo? Se è a livello del 20% tra i più economicamente e culturalmente fortunati, arriva a quasi al 40% nelle classi “più basse”.
La percezione di buona salute scende dall’80% al 40%, mentre l’eccesso ponderale (la somma tra quanti sono obesi e quanti in sovrappeso) passa dal 30% tra i laureati al 65% tra chi ha titoli più bassi. Per non parlare poi della depressione, al 4% tra i relativamente più “ricchi”, che sale al 16% (4 volte tanto!) tra i più economicamente svantaggiati. E i dati dimostrano che la crisi economica certamente non aiuta a ripianare queste differenze, anzi.

Da qui la necessità, ma vorrei dire, l’urgenza di adottare politiche a tutti i livelli (nazionale, regionale e locale) che sappiano contrastare questa tendenza e portare più salute a tutti gli Italiani. Come? Prima di tutto iniziando a pensare ad azioni che promuovano la salute negli strati più deboli della popolazione. Poi pianificando e realizzando azioni di contrasto a quelle povertà (non solo materiali, spesso quelle culturali sono molto più importanti su questi fronti) che, alla fine, portano a comportamenti meno salutari, tengono distanti da servizi preventivi (e anche di cura!) e alla fine producono una salute peggiore.
E’ primariamente una questione di giustizia (“di tutte le forme di disuguaglianza, quelle di salute sono le più scioccanti e disumane”, diceva Martin Luther King), ma che ha anche riflessi economici e di sostenibilità non indifferenti e abbastanza ovvi: un paese più sano costa meno e produce di più, ma se si guarda al futuro, visto che ci saranno certamente molti più anziani, investire oggi perché gli anziani del domani (e soprattutto quelli più deboli e quindi a rischio) siano “in salute” (autosufficienti) significa poter ancora sostenere un’assistenza per tutti quanti ne avranno bisogno, cosa altrimenti (date le proiezioni numeriche) assolutamente impensabile.

Il Ministero della Salute sta per adottare e lanciare il nuovo Piano di Prevenzione (che poi le Regioni tradurranno nei loro piani regionali) per il prossimo quinquennio, il nuovo Governo (e auspicabilmente il Parlamento) si stanno impegnando in una serie di politiche per il “rilancio” dell’Italia.
Ignorare in queste azioni politiche il problema delle diseguaglianze di salute sarebbe miope, rischioso e… ingiusto. Anche su questo fronte si può giocare la nostra capacità e leadership a livello europeo.


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