Density and torunaout: a correlation

Read time: 2 mins
VoterUncertaintyApril 9th 06April 13th 0824th February 13population densitypopulation sizepopulationsize (log)populationdensity (log)voter turnoutgeneral elections24th February 13Linear Regression95% confidence intervalson slopeon y-intercept

The voter turnout, i.e. the percentage of eligible voters who cast a ballot in an election, has been related with the population density of the 1206 municipalities of the italian region Piedmont.

The spots on the scatter plot above represent the 1206 municipalities, the x and y coordinates refer respectively to the logarithm of the population density (people/km^2) and to the voter turnout during the italian 2013 general election of the Chamber of Deputies. The area of the spots refers instead to the population size of the corresponding municipality.

The analysis is extended by the opportunity to shift, on the x-axis, between the logarithm of the population density to the logarithm of the population size and, on the y-axis, to the 2008 and 2006 general elections.

The green straight line shows a linear regression analysis on the set of points, the 95% confidence intervals on the y-intercept and slope are drawn on demand.

A slope greater than zero suggests a direct relationship between the logarithm of the population density (or size) and the voter turnout.
The voter uncertainty is calculated as the Shannon entropy of the partition defined by the votes assigned to every delegate, and it reflects the heterogeneity of the electoral preferences in a given municipality.

Municipalities with higher population size have an higher uncertainty on electoral preferences.

Data Source
Data on general elections: elezionistorico.interno.it, © Ministero dell'Interno. Tutti i diritti riservati.Population density and size of Piedmont municipalities: istat.it, Creative Commons - Attribuzione - versione 3.0 (CC BY 3.0 IT)

altri articoli

Il sistema sanitario alla sfida della cronicità

L’Italia ha licenziato il Piano nazionale cronicità nel 2016, avendo accumulato un ritardo di almeno una quindicina d’anni rispetto agli altri paesi ricchi più virtuosi, ma non si può dire che questo strumento sia già in grado di incidere in maniera significativa sulla gestione della cronicità. Come spesso succede abbiamo realtà che si sono organizzate di conseguenza, ma ci sono anche Regioni che non l’hanno nemmeno preso in mano. Manca il personale dedicato, per esempio l’infermiere di quartiere, figura mitica che dovrebbe essere cardine di quell’assistenza territoriale indispensabile per una buona gestione della cronicità. Il fatto è che l’approccio del nostro, pur lodevole, Servizio sanitario nazionale guarda all’indietro. L’organizzazione, le competenze e anche la visione del proprio ruolo che la maggioranza degli operatori di sanità pubblica hanno ancora davanti agli occhi è quella delle grandi acuzie. “È in questa rete di cure che finiscono i malati cronici”, sottolinea Rinnenburger, generando inappropriatezza, come la mamma portata al pronto soccorso dalla figlia che non sapeva a chi altro rivolgersi.

“Ma perché ha portato qui sua madre, che è cronica?”, chiede l’infermiera di Pronto Soccorso a una figlia preoccupata. La risposta è semplice e disperata: “Non sapevo a chi rivolgermi”. Sarebbe ingeneroso dire che questa è la realtà per tutti i malati cronici nel Servizio sanitario nazionale, ma è innegabile che essere malati cronici nel secondo decennio del secondo millennio in Italia non è una cosa semplice. Per nessuno: pazienti, familiari e sanitari.