La buona stella di Margherita Hack

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Restituire la voce - il tono, l'inflessione, le espressioni tipiche - di una persona di cui si vuole raccontare la storia è forse la qualità cardine di una biografia. Con Io penso che domani (Scienza Express 2013), Fabio Pagan e Serena Gradari sono riusciti in effetti a restituirci l'inconfondibile parlata fiorentina di Margherita Hack, l'umiltà, gli ardimenti, i giudizi a volte taglienti ma mai veramente cattivi, e insomma il bello spirito della astronoma scomparsa il 29 giugno 2013. Frutto di cinque incontri con la Hack, con un'appendice di articoli usciti sulla stampa locale e un ricordo finale di Pagan - veterano del giornalismo scientifico italiano -  il libro condensa la lunga e produttiva vita della Hack, dall'infanzia fiorentina all'avventura dell'Osservatorio astronomico di Trieste, portato da specola di provincia a livelli di eccellenza nazionale. 

Mi sono chiesto più volte, accompagnando e ascoltando la Hack in diverse conferenze, da dove derivasse la sua capacità di avvincere l'uditorio con una personalità che traboccava oltre il "mestiere", mescolando scienza e vita, politica e morale. Ogni personalità cela in sé il suo segreto, ma il racconto dell'infanzia qualche indizio sulla fibra di una persona di solito ce lo dà. E' il caso di questo libro, in cui la Hack si racconta attraverso la penna dei due giornalisti con grande naturalezza. 
Come poteva non essere una persona originale e controcorrente una donna il cui papà (perduto il lavoro per cause politiche sotto il fascismo) stava in casa a fare i mestieri o la accompagnava in lunghe passeggiate nel verde a riconoscere le piante, mentre la mamma, diplomata all'Accademia, si ingegnava a vendere riproduzioni agli Uffizi? Entrambi i genitori (lei cattolica lui protestante) si erano allontanati dalle rispettive confessioni per seguire gli insegnamenti della teosofia, allora in voga. Da qui anche il loro vegetarianesimo, passato alla figliola, la quale vive "da maschiaccio" sempre raminga all'aria aperta, come usava un tempo, alternando pallone e bicicletta, e poi l'atletica leggera (salto in alto e in lungo) che la porta alle vette dei campionati nazionali. 

Si ripercorrono così - pagina dopo pagina - gli anni spensierati della giovinezza (nonostante le buffe divise delle giovani italiane e dei balilla a cui Margherita aderisce all'inizio entusiasticamente, per poi prendere le distanze dal regime con le leggi razziali del '39), durante i quali conosce il futuro marito Aldo, letterato che ha prestato la sua penna a rifinire la straordinaria opera di divulgazione della moglie, e che quest'anno le è malinconicamente sopravvissuto. 

Non sono pochi i libro che in queste settimane sono usciti sulla figura della Hack: da quello di Viviano Domenici (C'è qualcuno là fuori? Sperling & Kupfer, 2013) in cui si analizzano le possibilità (alte) che ci sia vita extraterrestre e (basse) che la si possa incontrare; al libro scritto con Nicla Panciera (In piena libertà e consapevolezza, Baldini & Castoldi, 2013) in cui la scienziata espone il suo pensiero sui temi bioetici. Importante è sicuramente quello di Pietro Greco (Margherita Hack, L'asino d'oro edizioni, 2013), in libreria fra pochi giorni, in cui la vita di Margherita viene inscritta, oltre che nella accidentata storia d'italia (nasce nel 1922, anno della marcia su Roma), in quella ben più entusiasmante dell'astronomia e dell'astrofisica, che la Hack comincia a incrociare a partire dal 1945, in cui si laurea alla facoltà di fisica di Firenze con una tesi sulle Cefeidi. Già la tesi, quindi, dà l'opportunità alla giovane Margherita di frequentare il mitico Ossevatorio di Arcetri, diretto allora da Giorgio Abetti, specialista del Sole che scrutava con lo spettroeliografo. Sono gli anni in cui si passa dall'astronomia puramente osservativa a quella che prende in considerazione l'intero spettro (dall'infrarosso alle frequenze radio ai raggi x e gamma).

E' come se al posto di un solo Universo si possa avere da allora l'immagine di più Universi, ognuno scrutato a una differente lunghezza d'onda, e sia possibile indagare quindi non più solo le fattezze fisiche di stelle e galassie, ma anche la loro composizione chimica, la loro temperatura e il moto delle loro particelle. Nelle peregrinazioni che porteranno la Hack dall'Osservatorio di Arcetri a quello di Trieste, passando da Princeton, la Francia e l'Olanda, l'interesse per la spettroscopia la porterà ad affermarsi a livello internazionale in questo campo, firmando insieme all'astronomo di Princeton Otto Struve, Stellar Spectroscopy, nel 1959. Mancano pochi anni alla scoperta, grazie alla radioastronomia, dei quasar (quasi-stellar radio sources, 1963), cioè "nuclei molto attivi di galassie che si stanno allontanando da noi a velocità molto grandi". Ma il botto arriva nel 1965, quando gli ingegneri Robert Wilson e Arno Penzias catturano con una antenna l'eco del Big Bang, vale a dire la radiazione cosmica di fondo, che con lunghezza d'onda di 7,3 centimetri avvolge tutto l'Universo (1965), resto fossile della esplosione iniziale. Da allora l'ipotesi di George Gamow del Big Bang prevale definitivamente sull'ipotesi dello stato stazionario di Hoyle. Segue a questa l'epoca dei viaggi spaziali, dei satelliti e dei telescopi spaziali, fra cui a inizio anni novanta l'Hubble, che consentono un viaggio sempre più profondo (e quindi sempre più a ritroso) nell'Universo bambino.

E' in quegli anni che Margherita Hack, ormai in pensione, accentua ancora di più la sua vocazione di divulgatrice dell'astronomia e dell'astrofisica, in un crescendo di popolarità che la porta alla ribalta nella difesa della scienza contro ogni forma di irrazionalismo (si pensi al CICAP), alle ragioni del laicismo contro l'etica confessionale (diviene nel 2002 presidente dell'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti), del vegetarianesimo, del pacifismo, della libertà di ricerca (con l'associazione Luca Coscioni nel 2005) e delle ragioni della sinistra, sotto le cui bandiere vinse un seggio prima in Regione Lombardia (2005), poi in Regione Lazio (2010), infine alla Camera dei deputati (sempre dimettendosi il giorno dopo le elezioni e lasciando il posto ad altri). D'altra parte lei, gattara fanatica, a una comune amica confessò di sentirsi più che mai "gattocomunista".

Così era la stella di Margherità Hack, libera, irriverente e anticonformista, a una lunghezza d'onda decisamente diversa ripetto al paese in cui si è trovata a vivere. Quella stella si è spenta senza troppi clamori il 29 giugno 2013, ma brilla ancora nelle nostre menti e nei nostri cuori.

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