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Diamo alla ricerca pubblica i soldi dello scudo fiscale

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Lo ha annunciato, nella sua conferenza stampa di fine anno, il Ministro dell’economia Giulio Tremonti: il cosiddetto “scudo fiscale” ha avuto un andamento per la casse del tesoro migliore di quanto previsto. Gli introiti hanno superato gli 80 miliardi. Lo Stato avrà una maggiore disponibilità di 1 o 2 miliardi.

L’iniziativa è stata da alcuni molto criticata, perché finisce per premiare che non si è comportato secondo legalità. Ma, c’è da giurarci, tutti si affretteranno a chiedere, perché – come si sa – pecunia non olet. Molti sono già in coda per ottenere qualche euro in più.

Ma se noi pensiamo che la ricerca scientifica sia importante; se pensiamo, anzi, che abbia un valore addirittura strategico per lo sviluppo culturale, sociale ed economico del nostro paese, perché viviamo nell’era e nell’economia della conoscenza, allora non possiamo non metterci in fila anche noi. Sgomitando, con educazione ma anche con determinazione, dobbiamo chiedere che i soldi in più recuperati con lo “scudo fiscale” siano assegnati alla ricerca pubblica: quella che, per intenderci, si fa nelle università e negli Enti pubblici di ricerca.

Non è una richiesta corporativa. È una richiesta che ha un valore generale: riguarda l’intera società. Perché è solo con i soldi pubblici che è possibile realizzare la ricerca fondamentale, quella spinta dalla curiosità che poi genera, spesso per via imprevedibili, innovazione tecnologica. Ed è solo producendo nuova conoscenza e nuova tecnologia che possiamo raggiungere l’obiettivo strategico di entrare nella società e nell’economia della conoscenza. Lo dimostra la storia, anche recente.

Il web è nato venti anni fa al CERN di Ginevra, il più grande laboratorio di fisica fondamentale del mondo: serviva a far comunicare in tempo reale fisici che si occupano di particelle e nessuno pensava che nel giro di pochi anni avrebbe connesso centinaia di milioni di computer e generato una nuova economia.

Il laser è nato cinquant’anni fa grazie alle elaborazioni teoriche di fisici-matematici che si occupavano di coerenza fotonica. Nessuno pensava che un giorno quei calcoli avrebbero permesso di ottenere fasci di luce coerente capaci di leggere un cd, di effettuare buchi precisissimi e, addirittura, di curare alcuni tipi di tumore.

Allo stesso modo, nessuno pensava sessant’anni fa, dopo la scoperta della sua struttura e del suo codice, che la conoscenza del Dna avrebbe consentito alla polizia di combattere il crimine e a qualsiasi figlio di sapere con certezza chi è suo padre, dopo secoli che da sempre l’unico genitore biologico assolutamente certo era solo e unicamente la madre.          

Potremmo continuare a lungo. Fatto sta che la società e l’economia della conoscenza si fondano, appunto, sulla produzione incessante di nuova conoscenza. Che solo la ricerca fondamentale, diretta dalla curiosità – la ricerca per intenderci di persone che, senza prospettiva di un ritorno economico personale e immediato, cercano una nuova stella o studiano una vecchia lingua – consente questa produzione, appunto, incessante. E che solo i soldi pubblici (negli Stati Uniti come in Francia, in Germania come in Svezia) consentono la ricerca fondamentale. D’altra parte è giusto che sia così, perché è l’intera società che beneficia del lavoro di chi, cercando una nuova stella o studiando una vecchia lingua, produce una conoscenza che, di lì a qualche tempo, trova un’applicazione del tutto imprevedibile come è stato per internet, per il lettore laser di un cd o per il kit che consente alla polizia di leggere l’impronta genetica di un assassino.

La ricerca fondamentale è il sale della società della conoscenza. Facciamo vedere che anche noi italiani, cronico fanalino di coda, lo sappiamo e ci crediamo. Domandiamo, dunque, forte e chiaro che quei soldi in più ottenuti con lo scudo fiscale siano destinati alla ricerca pubblica di base.


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