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Scienza e arte, alla ricerca del senso

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Si è molto insistito, in passato, sulle differenze tra cultura scientifica e cultura umanistica. Ma, ha ragione Ernesto Carafoli (Scienzainrete, Le due culture, cinquant'anni dopo) oggi si scoprono e si mettono in rilievo anche notevoli affinità tra le due forme di sapere che esse producono.

Qui voglio soltanto aggiungere qualche commento e fare alcune precisazioni. Un tempo la poesia era considerata una via di comunicazione diretta con la divinità, e quindi il sapere manifestato dai poeti era diverso da quello fornito dalla filosofia, che era basata sull'argomentazione e sul ragionamento logico. Il contatto con gli dèi collocava il poeta fuori dei confini umani, di qui l'ammirazione ma anche il sospetto con cui era riguardato. Questa distinzione, grosso modo, potrebbe essere tracciata anche oggi tra arte e scienza: l'arte possiede il suo oggetto senza conoscerlo, la scienza lo conosce senza possederlo. Ciò comporterebbe la natura oggettiva ma impersonale del sapere scientifico e la natura soggettiva e personale del sapere artistico, con una progressiva prevalenza, nello sviluppo della civiltà occidentale, del primo sul secondo.

In realtà entrambe le forme di conoscenza sono intersoggettive: un'arte (per esempio una letteratura) puramente soggettiva non solo non potrebbe essere comunicata, condivisa, non potrebbe suscitare emozioni, inquietudini, approvazione e domande; ma non potrebbe neppure prodursi, poiché tutti gli umani derivano dalla stessa matrice fisico-biologica e da una comune storia evolutiva che si è svolta in un ambiente comune e hanno avuto più o meno le stesse esperienze esistenziali, quindi sono portati ad esprimere emozioni e saperi analoghi con alfabeti e grammatiche analoghe. Allo stesso modo una scienza puramente oggettiva non potrebbe esistere, perché ogni conoscenza postula un soggetto che di quella conoscenza sia titolare e protagonista attivo, filtrante e costruttivo. Inoltre, anche la scienza va comunicata, quindi si deve adattare alle capacità e limitazioni dei singoli.

Quindi scienza e arte sono più vicine di quanto non si dica. Inoltre i saperi che esse producono sono complementari: poiché il mondo è complesso, non lo si può descrivere in un solo modo. Ogni descrizione, ogni punto di vista, ogni mappatura ci fornisce un'immagine parziale e più o meno distorta della brulicante, multiforme e rumorosa realtà che ci circonda (realtà, che, in sé, ci resta inaccessibile). Queste varie immagini sono complementari, ma a volte anche inconciliabili o addirittura contraddittorie, perché la descrizione è comunque una traduzione e, come ogni traduzione, non può riuscire del tutto: la coerenza sta nel mondo, non necessariamente nelle sue traduzioni. Non si tratta dunque di contrapporre la conoscenza scientifica, razionale, verificabile mediante esperimenti riproducibili e, spesso, esprimibile tramite il linguaggio formale della matematica, alla conoscenza artistica, letteraria e poetica, in cui abbondano gli elementi pre-razionali e in apparenza ingiustificabili: si tratta invece di metterle in parallelo e di riconoscere che entrambe scaturiscono dalla struttura psicobiologica profonda degli esseri umani immersi nel contesto sistemico della natura.

Questa visione unitaria delle origini è confortata dalla profonda unità di conoscenza e azione: noi siamo nel mondo e conoscere il mondo richiede una nostra azione in esso e, viceversa, ogni azione da noi compiuta ci porta un lambello di conoscenza. E ciò è vero anche per le conoscenze più astratte, per le intuizioni primordiali da cui scaturiscono le visioni artistiche e le conquiste scientifiche. Queste visioni, questi collegamenti fulminei nascono in una sorta di ultrainteriorità dell'uomo, ancora non indagata e non illuminata ma solo in parte scandagliata: visioni e collegamenti che non possono intime emanazioni di quella mirabile e complessa unità che veniamo scoprendo tra cervello-corpo-sensi-mondo. In questa prospettiva, la domanda classica se gli enti matematici esistano o siano da noi creati perde rilievo, e s'imparenta con l'altra domanda, forse più antica ma un po' meno classica, se la poesia riveli verità dell'io o verità del mondo. Anche questa seconda domanda perde rilievo, perché io e mondo si scoprono intimamente legati in una coevoluzione co-implicata. 

Noi pensiamo e sentiamo con tutte le nostre potenzialità biologiche, che trascendono non solo le componenti razionali, ma anche quelle consapevoli, come dimostra il fatto che i grandi fisici hanno scoperto (o inventato?) la meccanica quantistica e che la sanno usare, ma che in fondo in fondo non la capiscono: essa approda a un pontile interiore di cui poco o nulla sappiamo. Allo stesso modo i grandi poeti hanno scoperto alcune verità sul mondo penetrando in quei rari interstizi che a volte si aprono nell'armatura opaca e catafratta della realtà, ma a queste verità sanno forse alludere ma non sanno spiegarle e talora nemmeno dirle.

Non si tratta quindi di privilegiare una forma di conoscenza rispetto all'altra, quanto di riscoprire e accettare quanto, in fondo, già sappiamo, cioè la profonda unità del nostro rapporto con il mondo. Questa riscoperta non è solo un impegno della scienza, che ormai pare aver raggiunto i limiti del suo percorso razional-computante e riduzionistico, ma anche della poesia, che deve tornare a farsi matrice di senso e deposito di verità, lasciandosi alle spalle i giocosi sperimentalismi combinatori, futuristici e modernisti.

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