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Vogliamo dire qualcosa di serio sulla valutazione?

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Non so, forse sarà stato l’inizio effettivo dell’attività dell’ANVUR, o qualche notizia giunta da fuori, vedi le valutazioni comparative dell’OCSE: sta di fatto che parlare di valutazione sembra ora essere divenuto una moda. Non passa giorno senza che qualche giornale ne scriva, e se si vuole sentirne discettare sui links elettronici non c’è che l’imbarazzo della scelta. A noi di SciRe e del Gruppo 2003, naturalmente, tutto questo dovrebbe far piacere: sin dall’inizio il problema della valutazione è stato un nostro cavallo di battaglia, e basta consultare gli archivi del nostro sito per rendersene conto. Però ho scritto “dovrebbe”, e l’ho fatto a ragion veduta: perché c’è modo e modo di parlare di valutazione. Dovrebbero, per cominciare, parlarne solo quelli che, per riconosciuta esperienza diretta, ne capiscono qualcosa: invece, purtroppo, così non è. Perché vi sono punti che nel resto del mondo - il mondo che culturalmente conta, naturalmente - non sono nemmeno più discussi, e che qui da noi, invece, sono puntualmente ripresentati come nuove scoperte . Prendiamo la vexata quaestio degli indici bibliometrici: chiunque abbia avuto o abbia dimestichezza con il mondo d’oltre confine ne conosce i limiti e sa come evitarli (prendiamo ad esempio la sempre ripresentata storia delle citazioni negative o delle autocitazioni) ma sa anche che solo da quando gli indici bibliometrici sono applicati si dispone di un metodo razionale per valutare la produttività dei soggetti. Difetti quanti se ne vuole, certo, ma da noi prevale spesso - oh, quanto spesso - il suggerimento di gettare il bambino con l’acqua sporca. E vedi caso, sono quasi sempre suggerimenti da parte di chi agli indici bibliometrici risulta oltremodo scarso…. Ricordate la famosa battuta sul “potere che logora chi non ce l’ha” ? E non solo: spessissimo si sentono accorate grida di dolore per la tendenza suicida a privilegiare l’inglese dimenticando la lingua italiana, e se ne sono sentite anche di recente in articoli a cui è stata data grande risonanza: uno mi ha colpito particolarmente , pubblicato da Carlo Galli su Repubblica: mi ha colpito per la proposta, che con tutta la buona volontà non posso che definire bizzarra, di tradurre in inglese le pubblicazioni che gli scienziati italiani dovrebbero doverosamente scrivere in italiano: lingua che, sola, permetterebbe al ricercatore Italiano di liberare tutto il suo talento…

In realtà, però, Carlo Galli tocca un punto di difficoltà reale, e lo hanno di recente toccato anche altri, ad esempio Tullio Gregory in un recente editoriale sul Corsera: quello di valutare i prodotti di carattere umanistico-sociale, che hanno nell’italiano la loro ragion d’essere. Qui occorre intendersi: se la valutazione è finalizzata, che so, a ricoprire una cattedra di Filologia Romanza, è ovvio che si dovranno applicare indici limitati all’italiano. Ma non mi consta che la valutazione di poesie, o di romanzi, sia finalizzata alla competizione per fondi: mentre invece lo è quella del lavoro economico, o persino giuridico: per i quali gli indici bibliometrici che valgono sono gli stessi delle scienze dure e pure. E non voglio entrare nel problema dell’uso degli indici bibliometrici per i concorsi. Da noi lo si fa oramai in modo quasi ossessivo: paradossalmente, ed è il solito nostro essere provinciali, molto più che in paesi come l’Inghilterra, gli Stati Uniti, o la Svizzera, che il sistema hanno inventato.

Sono anch’io al momento impegnato in un faticoso concorso, e non vi dico le ossessive minuzie nel dividere il punteggio a un secondo, o terzo nome nelle pubblicazioni: ho dovuto abituarmi a termini come i “quartili”…. Ma di concorsi non voglio parlare perché, per noi del Gruppo 2003, sono un residuato paleolitico che deve essere assolutamente eliminato come mezzo di reclutamento. Invece voglio finire con qualche altra considerazione sul punto che per me è il più importante. Il parlare di valutazione su indici bibliometrici, o su altri indici, ha qui da noi un difetto di fondo. Prendo ad esempio il recente editoriale di Stefano Fantoni, neo presidente dell’ANVUR, sul Corsera. Per me, è un buon editoriale, anche se sbilanciato sul tema dei concorsi (quando mai sentiremo quelli che contano dichiarare che vanno aboliti….). L’editoriale consta di 135 righe, e di queste solo 3 sono dedicate al problema dei problemi, che è naturalmente quello della valutazione ex-post, e della penalizzazione per chi, individuo, Dipartimento, o Ateneo, compia scelte con motivazioni diverse dal merito. Il punto è tutto qui, e vedo bene che è un punto deprimente. Qui da noi, almeno per il tempo che riesco a prevedere, occorre rovesciare il concetto di base: per premiare i virtuosi occorre penalizzare, e duramente, chi non lo è. Possiamo sperare che nel suo prossimo intervento il presidente Fantoni dedichi a questo qualche riga in più?


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Auto elettriche: occorre ripensare il modello di mobilità

Vehicle battery pack ballistic shield, Tesla Inc 2011

Da un punto di vista sia economico sia ambientale, la parte più costosa di un’auto elettrica è la batteria, pertanto è bene sfruttare tutta la sua vita utile. Tuttavia, il modello di mobilità attuale, basato su molte auto private poco utilizzate, non è né efficiente né sostenibile per un parco auto completamente elettrificato: occorre passare verso un modello di mobilità basato sul car sharing di veicoli a guida autonoma.

Immagine: Patent US8286743B2, Vehicle battery pack ballistic shield, Tesla Inc 2011.

Nel 2023, in Italia le immatricolazioni di auto elettriche sono state 66.276, con una quota di mercato del 4,22%, contro le 49.053 del 2022 e una quota di mercato del 3,71%. Il parco circolante BEV si attesta così a 220.188 unità.

Su base regionale, le immatricolazioni sono così ripartite: in testa il Trentino-Alto Adige con 12.807 veicoli immatricolati, seguito da Lombardia con 12.509 immatricolazioni, Lazio 7.533 veicoli, Toscana con 6.410, Veneto con 5.327, Emilia-Romagna 5.025 veicoli e Piemonte con 4.299 veicoli.