Vesuvio, spaventosa meraviglia

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Il Vesuvio è (anche) un bene comune, un bene, cioè, di cui tutti possono usufruire, ma su cui nessuno può reclamare un diritto esclusivo. La “montagna”, come i vesuviani doc chiamano il Vesuvio, non è cattiva, in contrapposizione al “buon Vesuvio” che Renzo Piano ha progettato a Nola. Renato Fucini la definiva “il grande delinquente” e certamente ne ha compiuti di atti delinquenziali  durante la sua millenaria storia di eruzioni più o meno catastrofiche.

Tuttavia il fascino del vulcano è rimasto inalterato accrescendosi nel tempo e nello spazio. Si è scritto, cantato, dipinto, guachato sul Vesuvio più che su ogni altra parte della Terra: è il fascino degli straordinari intrecci di storia, arte, natura che ha reso celebre e celebrato il Vesuvio. Tanto da farlo entrare a pieno diritto tra i finalisti per essere votato tra le sette meraviglie della natura. Si ricorderà che i nostri antenati Greci e Romani stilarono una graduatoria di sette meraviglie. La visione era molto antropocentrica, nel senso che si trattava solo di costruzioni umane e, anche per questo ne sopravvive solo una: la piramide di Cheope a Giza. Era completamente trascurata la natura. Oggi la fondazione 'New seven wonders' con il patrocinio delle Nazioni Unite ha bandito un concorso mondiale per individuare sette nuove meraviglie e una di queste potrebbe essere il Vesuvio che è entrato in finale per essere votato in questo prestigioso elenco.

Ha fatto quasi tutto da sé il Vesuvio. Puntando soprattutto sulla eccezionale notorietà che ha su tutta la Terra. Molto più che in Italia dove il Vesuvio viene ricordato soprattutto per la sua pericolosità e pochi ricordano che l’area è protetta da un parco nazionale, il Parco nazionale del Vesuvio, appunto. 

Malgrado non poche umane nefandezze il  "Vesuvio" resta ancora un eccezionale insieme di beni naturali e di prodotti della cultura materiale che fanno del "comprensorio vesuviano" un bene culturale unico al mondo per il quale è importante votare perché, come merita rientri tra le sette meraviglie della natura terrestre.

Farlo è molto semplice: basta collegarsi a questa pagina internet.

Compare una pagina con l’immagine dei 28 siti che sono entrati in finale. Basta mettere un segno sulla casella dei sette siti preferiti  - Vesuvio compreso, naturalmente - e riempire gli spazi sottostanti con le informazioni richieste. Il tutto non oltre l’11 novembre 2011.

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La sinfonia n° 13 di Šostakovič

L'annientamento della popolazione ebraica sul posto, al di fuori dei campi di sterminio, che i nazisti perpetrarono nella loro avanzata verso est dal mar Baltico al mar Nero, copre numericamente quasi la metà della Shoah. Babij Jar è un burrone non lontano da Kiev che, quando i tedeschi occuparono la città ucraina nel settembre del 1941, divenne la tomba della popolazione ebraica residente. E di intellettuali, partigiani ucraini, soldati prigionieri, addirittura calciatori della Dinamo che non si erano voluti far battere dalla squadra delle Forze Armate tedesche, ladri comuni, decine di migliaia di rom. A questo luogo, o meglio a ciò che rappresenta, Evgenij A. Evtušenko dedicò un poema, i cui versi sono stati immortalati dalla loro inclusione nella sinfonia n° 13 di Dmitrij D. Šostakovič. Poiché la sua intenzione era di rendere omaggio alle vittime innocenti non solo del nazismo, ma anche dello stalinismo, Šostakovič chiese poi a Evtušenko altri testi da introdurre nella sinfonia, che furono poi modificati su pressione di Nikita Chruščëv: “Vorrei scrivere una sinfonia per ciascuna delle vittime, ma è impossibile ed è per questo che dedico a tutte loro la mia musica”.
L'articolo di Simonetta Pagliani in occasione del Giorno della Memoria.
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La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sómogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti. Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo.