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Università, troppi tagli e poco dialogo

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Cresce il debito pubblico del Paese: in aprile è arrivato a 1750 miliardi, cioè a circa il 115 per cento del prodotto interno lordo previsto dal Governo per il 2009. Calano le entrate fiscali, un po' ovviamente per la crisi economica, un po' per l'aumento dell'evasione fiscale (una delle eccellenze italiane). Il fatto singolare, rispetto a quanto avviene nei paesi sviluppati (e in molti in via di sviluppo), è che il debito non è aggravato da maggiori investimenti in settori come la formazione e la ricerca: questi sono infatti gli unici in cui si operano tagli sia espliciti, come la riduzione progressiva del fondo di finanziamento ordinario, sia impliciti.

Tagli impliciti? Certo. Come il blocco ad libitum dei concorsi per il reclutamento di nuovo personale docente e ricercatore (gli ultimi concorsi, dopo anni, sono stati banditi tra giugno e novembre 2008, ma sono fermi per scelta ministeriale). O come il rinvio dell'attribuzione dei fondi per i cosiddetti PRIN (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale): a tutt'oggi non si sa quando questi fondi verranno assegnati e neppure se, come è successo nel precedente bando, la cifra complessiva assegnata alla fine sarà inferiore rispetto allo stanziamento originario. O come la cosiddetta "perenzione" che ha colpito i FIRB (Fondi per gli Investimenti della Ricerca di Base). Quest'ultima norma, introdotta dal Ministro dell'Economia del governo Prodi, Tommaso Padoa-Schioppa, e ora applicata dal Ministro dell'Economia del governo Berlusconi, Giulio Tremonti, in ambito di ricerca, prevede che se si ricevono fondi per un progetto ed entro tre anni non li si usa questi tornano al ministero del Tesoro che può destinarli dove ritiene. Peccato che i FIRB, erogati su progetti selezionati di alto profilo scientifico, abbiano durata maggiore o uguale a tre anni. Se la norma può avere un senso in certi settori della pubblica amministrazione, è assolutamente insensata se applicata ai FIRB.

Si potrebbe andare avanti con questa tassonomia dei tagli su formazione e ricerca che mettono una seria ipoteca sulla capacità delle università italiane, anche le migliori, di competere a livello internazionale. Già così è tuttavia possibile comprendere due aspetti preoccupanti dell'azione politica condotta in Italia da svariati anni in questi ambiti, e con particolare determinazione dall'attuale Governo. Il primo riguarda l'incapacità di cogliere che la formazione e la ricerca, settori strategici per il futuro del Paese, hanno specificità irrinunciabili rispetto ad altri settori di intervento pubblico. Il secondo concerne l'errata idea di poter trattare le scuole, le università, gli enti di ricerca in un'ottica aziendalistica alla quale sono irriducibili. Perché non producono beni, materiali o immateriali, facilmente valutabili in una logica di mercato; perché le ricadute sulla qualità della vita dei loro prodotti non hanno quasi mai tempi e modi certi; perché per loro natura lavorano non per un singolo Paese ma per l'umanità. Anzi, come la storia insegna, è proprio dalla imprevedibilità e alterità rispetto alle logiche del momento e del luogo, che i prodotti della conoscenza traggono spesso maggiore rilevanza e portata per le generazioni a venire.

 Accanto ai tagli, l'attuale Governo continua ad annunciare provvedimenti di riforma del sistema universitario nazionale e degli enti di ricerca, senza avviare un vero confronto con la comunità destinataria di quei provvedimenti e, fatto ancor più grave, senza fare una seria disamina degli esiti positivi e negativi di precedenti riforme. Così si parla di riforma del sistema di governo (la cosiddetta "governance") delle Università senza fare il punto su come si è realizzata l'autonomia, con luci e ombre che dipendono sia dal mondo accademico sia da quello politico. E si parla di ennesima riforma del 3+2 senza mandare a regime la vecchia, la legge 270, e valutarne gli effetti. E si riparla di riforma dei concorsi per l'accesso alla docenza universitaria, aprendo scenari per niente nuovi che nell'immediato avranno l'effetto di bloccare il ricambio generazionale quanto mai necessario. Anche qui si potrebbe continuare a lungo l'elenco. Ma quanto detto è sufficiente per cogliere il dato che molte di queste riforme annunciate potrebbero essere evitate, o comunque essere messe davvero a punto, se solo si avesse una valutazione seria, condivisa e aggiornata del sistema universitario e della ricerca. Di fatto però si sono resi inoperativi tutti gli organismi di valutazione, sia quelli già in essere (CIVR e CNVSU) sia quelli di nuova istituzione (ANVUR): è di questi giorni infatti la notizia dell'ennesimo rinvio dell'emanazione del regolamento ANVUR. Così non si va da nessuna parte. O meglio si va allo sfascio.

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